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Mi vergogno della società che abito. E mi chiedo: è forse anche un po’ colpa mia?

Leggo una recente dichiarazione di Piero Angela:
“Cosa ce ne facciamo dei ragazzi che prendono 10, 9, 8 a scuola se non sono in grado di intervenire quando viene fatto del male ad un compagno, quando hanno delle prestazioni eccezionali ma non hanno strumenti per aiutare un loro amico e riconoscere un bisogno. Si punta troppo sulle prestazioni e troppo poco sui sentimenti, troppo egoismo e impoverimento emotivo.
Un figlio prima deve diventare un uomo inteso “persona con valori”. Non puntiamo solo sulle prestazioni.”

Apprendo poi del primo sciopero italiano dei lavoratori Amazon, avvenuto il 22 Marzo 2021 e mi vergogno di aver spesso ordinato e acquistato da quel servizio. Probabilmente, purtroppo, continuerò a farlo: per comodità, consuetudine, perché i pacchi mi arrivano presto, perché è la prima cosa che mi viene in mente se devo acquistare qualcosa.
Ecco, il problema è proprio quello: finché i problemi non sono nostri e non ci toccano, non ci importa. Finché non sono i nostri personali diritti ad essere calpestati, non ce ne preoccupiamo.

La cosa buffa è che scambiamo per libertà ciò che non lo è.
Ci indigniamo se non possiamo uscire a fare l’aperitivo il sabato in pandemia, ma non ci importa delle migliaia di lavoratori che vivono in condizioni disumane, nel precariato più becero, nel sommerso, senza alcun diritto, mettendo a rischio anche la vita. Non ci importa di ascoltare la voce di quelli che i diritti non ce li hanno e forse non li hanno mai avuti. Tanto che ci frega? A noi basta avere per tempo il pacco che abbiamo ordinato online.

Si costruiscono persino community in cui i giudizi più spietati sono ammantati da falsi buoni sentimenti. Si parla di abnegazione, di spirito d’impresa, di “o questo o niente”, di successo, di performance, di risultati, di marcia in più, di chi chiede e si butta in qualsiasi situazione probabilmente – dico io – perché accetta tutto e non fa un minimo di scrematura sulle possibilità a cui si apre.

Dobbiamo renderci il più possibile piegati, a disposizione delle situazioni e delle persone, e dobbiamo farlo – dicono alcuni – perché così mostriamo il nostro interesse verso l’impegno e il lavoro, il nostro valore, il nostro saper fare.
Io invece dico che esistono solo leggi imposte (scritte e non) a cui possiamo scegliere di rispondere o meno.

Mi capita spesso di fare i conti con me stessa: mi chiedo se io non sia troppo ferrea nel valutare le persone in base a ciò che mostrano, in base a ciò che scrivono, a come si comportano, a cosa celano, alle loro intenzioni.

Da un po’ di tempo, ad esempio, siamo di nuovo avvezzi alla narrazione delle storie aziendali di successo nate nei “garage”. Che poi, a dirla tutta, se il tuo garage non è il luogo in cui vivi ma quello da cui puoi addirittura avviare la tua start-up evidentemente non sei nato in una situazione di grande svantaggio.

Per anni mi sono chiesta come mai molti lavoratori non avessero mai scioperato.
La risposta era semplice e me la sono data da sola: chi è che oggi ha davvero il potere di scioperare e di lottare per i propri diritti?
Nella società del precariato chi si azzarda a suonare una nota che stona rispetto al coro?
Nella società delle performance e del risultato, chi si azzarda a pensare che esistano parametri molto diversi su cui basare e valutare un “successo”?
In una società in cui persino per i lavoratori stessi l’adattarsi allo sfruttamento, di qualsiasi tipo, è sintomo di attaccamento al lavoro, chi è che si ricorda ancora il significato del termine “lavoro”?

Qualcosa è andato storto, si è persa la voglia e la possibilità di scioperare, stracciate dal rivoluzionamento dei contratti, da quel cambiamento che noi stessi abbiamo voluto.
Eppure qualcuno, ogni tanto, si ricorda che senza lavoratori anche le storie di più grande successo sono nulla.

Senza persone, e soprattutto senza la loro dignità, spesso calpestata nel momento stesso in cui si contrattano condizioni di lavoro e paga, il cosiddetto “business” vale zero.
O almeno così dovrebbe essere in una società civile.

Ma a noi le storie di successo piacciono tanto, troppo, più delle storie delle persone… e quindi dobbiamo farcela raccontare. Vogliamo farci raccontare la storiella del mondo in cui vale chi ce la fa, in cui il furbo non è quello che fatica una vita intera con dignità e senza fare rumore ma quello che si crede un grande businessman, che fa i soldi sulla pelle dei lavoratori.

E così, senza accorgercene, cominciamo a sperare di essere un giorno anche noi una storia di successo, un caso di studio, un modello di business da seguire, uno di quelli che raccontano sulle riviste blasonate o ai telegiornali.
Poco importa se quel risultato vogliamo raggiungerlo con l’etica, poco importa cosa fai e con quali mezzi – leciti e non. Quel che solo conta è far girare denaro ergendosi a esempi di duro lavoro, fatica, sudore.
La narrazione del non risparmiarsi mai, del dare il massimo, va bene fintanto che la tua dignità resti al primo posto per chiunque si rapporti a te.

Non sopporto i prevaricatori, e nemmeno chi vuol farti le scarpe a ogni costo, chi dietro a una finta battuta versa l’acido muriatico, chi dice di odiare i guru ma poi si ritrova a giocare proprio quel ruolo.

Mito dell’apparenza, corsa alla performance, gioco delle provocazioni.
Ciò che conta è sembrare quel che non si è, apparire appagati nella vita e competenti e realizzati nel lavoro. Quel che conta è correre verso il denaro più veloce che si può, sfruttare fino all’osso le risorse che si hanno e l’ambiente stesso.

E poi ciò che conta oggi, moltissimo, è sviluppare grosse doti nel gioco delle provocazioni. Il che vuol dire far credere alle persone che valgono poco in un gioco studiato a tavolino che può non avere mai fine e sotto al quale alcune persone cedono, non perché più deboli ma perché attaccate alla vita reale più dei provocatori di mestiere.

Ci sarà mai una soluzione per chi come me si vorrebbe ribellare a una società che mostra spesso i suoi lati peggiori?

Non ho nemmeno in questo caso una risposta o una soluzione che possa andar bene. Però un recente scritto di Vincenzo Moretti mi ha aiutato a riflettere se non altro su un modo concreto per costruire qualcosa di migliore un respiro alla volta, un passo alla volta.

Il testo è: Una parte del tutto

Io vi consiglio di leggere, di partecipare, di scrivere la vostra soluzione o la vostra piccola proposta concreta. Adesso è arrivato il tempo di pensare a come i buoni possano fare sistema. Non si torna indietro, dobbiamo cogliere ogni occasione affinché la bellezza torni ad essere materia del nostro vivere.

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Laura Ressa

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Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea