
Come mi piace sempre ribadire, la salute mentale è un argomento delicato che necessita di attenzione, di cura, di un approccio professionale ma anche di un profondo senso di rispetto e di una grande sensibilità.
Tutti possono vivere, direttamente e non, problemi legati alla salute mentale ma credo che non tutti siano in grado di riconoscerli, di affrontarli. Soprattutto penso che non tutti siano in grado di parlarne nella maniera più adeguata e pertinente.
Per non rischiare che questo tema diventi quindi solo l’ennesimo trend topic per chi vuole cavalcare l’onda del momento, mi sto impegnando nel mio piccolo a interpellare e portare in luce le testimonianze di professionisti che si spendono davvero fattivamente in progetti dedicati a chi vive il disagio mentale e alla tutela della salute. Progetti che abbiano realmente a cuore il benessere delle persone e il loro inserimento all’interno delle comunità e dei contesti in cui vivono.
In quest’ottica, prosegue quindi il nostro percorso di scoperta attraverso l’intervista del 4 giugno 2024 alle 18.30 a Gabriele Catania.
Di seguito alcuni cenni al suo percorso professionale.
“Gabriele Catania, psicologo e psicoterapeuta, per 31 anni in forza al dipartimento di salute mentale della ASST Fatebenefratelli – Sacco di Milano, è attualmente in pensione ma consulente esterno presso lo stesso dipartimento. Per 12 anni è stato professore a contratto presso la facoltà di medicina dell’Università Statale di Milano.
Attualmente è Presidente dell’Associazione Amici della Mente OdV, nata e operante presso il Servizio di psichiatria del suddetto Ente Ospedaliero. Catania è inoltre ideatore del progetto “Faber in mente” che, con il patrocinio morale della Fondazione De André, utilizza il pensiero e l’opera di Fabrizio De André per attività inerenti la prevenzione nell’ambito della salute mentale.”
Il cambiamento in meglio delle condizioni di vita passa per la tutela imprescindibile della salute mentale e fisica delle persone. La salute è un diritto, agire per essa è un dovere.
A corollario del racconto di Gabriele Catania, riporto di seguito anche un consiglio di ascolto musicale. Si tratta del progetto “Faber in Mente”
Qui di seguito anche il link alla playlist su YouTube:
“Lo scopo di questo progetto musicale è esclusivamente quello di promuovere una campagna di prevenzione secondaria nell’ambito della salute mentale. I brani di questo album raccontano infatti storie tratte dall’esperienza clinica. Storie di umana sofferenza trasformate in testi per viaggiare sulle note di alcune canzoni di Fabrizio De André e giungere così a coinvolgere empaticamente l’ascoltatore.
Pensiamo che proprio grazie all’effetto empatico della canzone si possa più facilmente aiutare le persone a superare certi pregiudizi sul disagio mentale che finiscono per discriminare e colpevolizzare chi ne soffre. Una persona costretta a vergognarsi perché affetta da un problema psicologico è più facilmente esposta al rischio di non curarsi o di curarsi male con gravi e inaccettabili conseguenze sulla sua salute.”
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Gabriele Catania; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
“I maggiori esperti di disagio psichico sono le persone che quel disagio lo vivono”.
Tra le esperienze professionali e di vita che ci ha raccontato Gabriele Catania (e che sono tutte parte integrante di un bagaglio prezioso che dobbiamo custodire), parto proprio con il sottolineare questa frase. A volte il ragionamento che in apparenza può sembrare il più scontato, è quello meno contemplato dal comune sentire e dal pensiero diffuso.
Se ci fermiamo a riflettere, saremo concordi infatti sul dire che i principali esperti di disagio siano le persone che lo attraversano e lo sperimentano sulla propria pelle. Dunque è altrettanto vero che le principali voci a cui dare ascolto quando si parla di salute mentale sono le loro voci, le voci dei pazienti, degli utenti dei servizi che la sanità offre per fronteggiare il disagio psichico. Eppure le testimonianze dei pazienti spesso non trovano palchi né uditori, non trovano microfoni né uno spazio condiviso in cui potersi raccontare. E non si tratta di protagonismo o del desiderio di fare dei racconti di disagio mentale uno strumento per mettere al centro il proprio ego: anzi, tutto il contrario, perché raccontare dal di dentro il disagio rappresenta un modo per comprendere, offrire prospettive agli altri, capire di cosa si ha bisogno quando si attraversa un disagio e in cosa la società e la sanità sono ancora carenti nell’offrire un supporto valido.
In aggiunta a questo non va dimenticata l’ombra, sempre in agguato, della vergogna, di quel sentimento di impotenza, di colpa e di anormalità che affligge chi è affetto da un disagio mentale.
“Basta un po’ di buona volontà per uscirne” – qualcuno continua a dire, a volte pure in buona fede – ma un malato ha diritto alle cure anche quando il suo male non emerge da analisi e da indagini mediche strumentali.
La parabola secondo cui “se non si vede non esiste”, non ha senso ed è anacronistica, eppure permane, più o meno latente, quella percezione dei mali della psiche come mali di serie B.
Naturalmente la visione che una società ha su questo e altri temi, può cambiare attraverso la consapevolezza derivante dalla scienza, dalla psicologia, dalla psichiatria, ma non solo. La consapevolezza profonda deriva anche dall’impegno e dal lavoro di chi agisce, crea opportunità di divulgazione, mette in connessione le menti, mette in campo il proprio sapere al servizio del prossimo, fa in modo che le comunità si animino e che le persone (tutte, senza distinzioni tra anormali e normali) si sentano protagoniste, chiamate in causa in quelle attività che donano senso alla vita.
Gabriele Catania ci ha ricordato anche una bellissima frase pronunciata da Robert Kennedy: “il PIL misura tutto ma non ciò che rende la vita degna di essere vissuta”.
Voglio sottolineare anche questa frase, perché è sempre più evidente, man mano che le guerre e gli sconvolgimenti climatici cominciano a farci capire davvero quanto piccoli siamo, che il nostro tempo è limitato e che la nostra vita è troppo preziosa per misurarla in denaro o nel benessere economico che riusciamo ad accaparrarci nel nostro breve passaggio nel mondo.
Ci sarebbe moltissimo altro da dire su questi argomenti, come sempre ci sarebbe da ragionarne per giorni, forse per mesi e magari nemmeno basterebbe il tempo per esaurire la discussione. Al di là del tempo, però, che è una variabile su cui non abbiamo grande potere né grande controllo, quello che possiamo fare è non stancarci mai di cercare il senso del nostro vivere, un senso che abbia senso anche per gli altri e che tenda al raggiungimento di un benessere ben distante dal cosiddetto “sogno americano” (dato che negli USA, ad esempio, manca totalmente l’attenzione alla salute fisica dei cittadini e dunque possiamo ben immaginare, e verificare, quanta poca attenzione ci sia nei confronti della salute mentale).
Basaglia, e molti altri nella storia, ci hanno lasciato messaggi giusti, importanti, che riguardano la salute del mondo nella sua interezza e l’umanità nella sua forma più genuina. Non lasciamoci fagocitare dagli aspetti critici e dai soprusi: impariamo invece a guardare gli altri con comprensione e sostegno. Forse non troveremo mai la soluzione definitiva a tutti i mali, ma in fondo cosa ci costa continuare o imparare ad essere umani visionari e anche un po’ coraggiosi?
Grazie di cuore a Gabriele Catania per gli infiniti spunti condivisi in questa intervista.
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
