A Bari la presentazione del libro “Umanamente insostenibile – Il capitalismo nuoce gravemente ai sapiens” di Luigi D’Elia e Nora Sophie Nicolaus

📍 Imago Plus
📅 3 maggio 2025 ore 18.00

In un’epoca dominata da ritmi frenetici e connessioni virtuali, il saggio di Luigi D’Elia e Nora Sophie Nicolaus invita a riflettere sulle profonde implicazioni del sistema capitalistico sulla nostra specie. Gli autori esplorano come le strutture economiche e culturali contemporanee influenzino il nostro benessere psico-fisico e sociale, portandoci verso una realtà sempre più disincarnata e alienante.

“Umanamente insostenibile” rappresenta un urgente invito alla riflessione. Gli autori guidano il lettore in un viaggio coraggioso alla scoperta delle profonde disarmonie che attraversano il nostro tempo tra insostenibilità psicologica, sociale ed ecologica di un sistema che ha smesso di essere umano.

Il 3 maggio a Bari discutiamo insieme le riflessioni al centro del libro, tra cui:
– Come il capitalismo ha ridefinito l’essere umano, trasformando le nostre relazioni, il nostro tempo e persino il nostro corpo in merci
– La perdita di senso e la frammentazione dell’identità, in un’epoca dominata dalla performance, dalla produttività ad ogni costo e da una crescente virtualizzazione dell’esperienza 
– Il confronto tra paradigmi culturali differenti, come la filosofia “ikigai” giapponese e il modello competitivo occidentale che trova piena espressione nella cultura americana del self-made man, per immaginare strade alternative e più sostenibili.

Non si tratta solo di denuncia: “Umanamente insostenibile” offre infatti anche speranza e visione e rappresenta una spinta a riabitare il corpo, il tempo e lo spazio in modo più consapevole, riscoprendo forme di socialità e cura reciproca che resistano all’alienazione.

📣 Un incontro per chi sente il bisogno di interrogarsi e dialogare su ciò che siamo diventati e potremmo essere, aprendoci a uno sguardo nuovo sul mondo.

I due autori Luigi e Nora Sophie hanno saputo dare voce a un malessere diffuso e spesso taciuto, trasformandolo in pensiero critico e proposta concreta di cambiamento.

Dialoga con gli autori: Laura Ressa, blogger Frasivolanti.

Il luogo che ospita l’incontro è Imago Plus, posto magico in cui si mescolano i concetti dell’abitare, dell’accoglienza, della conoscenza e dell’equilibrio con la natura. Centro di produzione culturale che ospita viaggiatori e progetti, sostiene gli artisti e pubblica libri. Una struttura ricettiva sostenibile che si pone l’obiettivo di realizzare un modello di turismo consapevole. 



🔗 Per approfondire

Scheda libro su Meltemi Editore: https://www.meltemieditore.it/catalogo/umanamente-insostenibile/
Sito ufficiale del progetto: https://www.umanamenteinsostenibile.it/
Canale YouTube: https://www.youtube.com/@UmanamenteInsostenibile


Aggiornamento del 28 aprile 2025

Sabato 3 maggio ci vediamo a Bari alle 18.00 da IMAGO PLUS con Luigi D’Elia e Nora Sophie Nicolaus.
La loro opera è un’analisi mai semplicistica nè banale, ma umanamente profonda e costruita su basi scientifiche. Prima di scrivere e raccontare anche dal vivo cosa rappresenti per me questa opera, lascio qui il link con i dettagli per il nostro appuntamento di sabato.

Riporto qui sotto anche l’introduzione al testo, che è stata pubblicata su Tropico del Cancro (https://www.tropicodelcancro.net/umanamente-insostenibileil-capitalismo-nuoce-gravemente-ai-sapiens) e che può dare, seppur in piccola parte, l’idea del grande lavoro di ricerca di cui questo saggio è il risultato.

Grazie agli autori Luigi e Nora Sophie e grazie al calore e al sostegno di Patrizia Sisto, splendida persona tra le anime che danno vita a Imago.

“Il testo che presentiamo è l’Introduzione al volume di Luigi D’Elia, Nora Sophie Nicolaus, Umanamente insostenibile. Il capitalismo nuoce gravemente ai Sapiens, edito da Meltemi.

1. L’amore di specie

Esistono libri nei quali si racconta del nesso causale tra capitalismo e salute mentale precaria e altri libri nei quali si documenta di come il capitalismo, sistema ciecamente espansivo e sfruttante in sé, stia distruggendo l’ecosistema del quale la nostra specie è parte.

Questo libro intende svolgere e, se possibile, ampliare la medesima linea di ricerca, ma utilizzando un vertice osservativo inedito e augurabilmente originale. Intende cioè indagare il rapporto tra la storia evolutiva dell’umanità, il capitalismo e le sue conseguenze, nocive, sulla salute psicologica dei sapiens. Per approfondire tale incrocio vogliamo far incontrare il soggetto contemporaneo, inteso estensivamente come sapiens, e il suo repertorio evolutivo con l’attuale sistema che ne regola la vita e che lo conduce sull’orlo del baratro.

La specie sapiens, comparsa presumibilmente circa 200.000 anni fa in Africa, solo circa 8000 generazioni fa (sebbene alcune ipotesi ne facciano precedere a 300.000 anni fa la comparsa), è l’ultimo cespuglio, unico sopravvissuto, della famiglia degli ominini, i cui più antichi progenitori (Homo habilis) risalgono a circa 2,5 milioni di anni fa, a loro volta discendenti da altri progenitori comuni dell’ordine dei primati molto più antichi e scimmieschi. Tralasciando i progenitori arcaici, è esattamente con sapiens e solo con lui che vogliamo dialogare, con il suo repertorio di dotazioni originarie, con i meccanismi di adattamento della sua mente ancora in parte paleolitica, con le sue strutturali ambivalenze, con il suo bricolage evolutivo(1) (così imperfetto e recente, ma anche così straordinario e promettente). E infine dialogheremo con sapiens come soggetto alle prese con l’ultima sua religione universalistica e le sue leggi implicite ed esplicite, il capitalismo, il più compiuto e stabile sistema di prescrizioni della realtà mai immaginato prima.

Tale scelta di campo, così radicale, che fa interagire storia evolutiva e capitalismo, intende far proprio fin da principio un approccio transdisciplinare, secondo cui per condurre ipotesi di studio sull’uomo non si deve lasciare fuori alcun osservatorio specialistico.

Siamo convinti, di converso, che uno dei principali fattori che ostacola il salto di coscienza che occorrerebbe in questa fase storica all’umanità per correggere l’evidente tendenza all’autoestinzione consista nell’esattamente nell’assenza di percezione, di appartenenza, di amore di specie. Nella mancanza cioè di percezione e consapevolezza diffusa di trovarci sulla stessa barca tutti insieme, senza distinzioni di potere, intelligenza, prestigio o ricchezza, accomunati da una stretta parentela testimoniata da una scarsa variabilità genetica, prova certa di precedenti pericoli di estinzione (i noti colli di bottiglia) causati da improvvisi cali demografici, superati, chissà come, nel lontano passato paleolitico.

In buona sostanza la fratellanza di specie è, prima ancora che un dato spirituale o filosofico, un dato biologico autoevidente. Una forma di amor proprio diffuso, insomma, ma anche un dato di elementare razionalità: o pensiamo di farcela come specie o affondiamo tutti insieme. Tertium non datur. E tutto ciò sia perché siamo portatori di una forte tendenza potenziale all’auto-estinzione, unica specie con tale propensione, sia perché il patto implicito che ci lega al mondo non umano, climatico, geologico, vegetale e animale (che tutto assieme costituisce l’ecosistema in cui siamo ospiti), ci vede per molti versi, come spiegheremo nel corso di questa nostra esplorazione, estranei ed estraniati.

Accanto a questa mancanza di percezione e di amore di specie, ci sembra che manchi quasi del tutto nel dibattito pubblico uno sguardo abbastanza ampio e coraggioso che osi tenere assieme e collegare in maniera sistemica e longitudinale, con la forza consapevolmente umile degli argomenti scientifici e filosofici, le variabili di rischio dentro le quali l’attuale civiltà ci costringe a muoverci. Tra questi fattori di rischio, come vedremo nel corso del libro, lo iato tra la velocità della tecnosfera e la lentezza evolutiva, soprattutto a carico di alcuni processi mentali e, di contro, l’altissima assimilazione introiettiva dei codici sociali di adeguatezza per chiunque di noi. Esito di questi processi è l’ultimo fattore di rischio il cui volume sembra vertiginosamente aumentare fino quasi ad assordare: la salute mentale dei singoli e della specie nel suo complesso, in evidente caduta verticale da alcuni anni a questa parte.

Convocare il piano di specie e dialogare direttamente con il sapiens ci sembra uno dei modi possibili (secondo noi il più radicale che possiamo immaginare) per svelare alcune incongruenze dei nostri più comuni stili di vita, i quali, seppur evidenti agli studiosi, risultano ai più ancora troppo poco visualizzabili e mentalizzabili. Risulta infatti ancora mediamente laborioso connettere i seguenti tre piani osservativi: gli innumerevoli bug di sistema dell’attuale organizzazione politico-economica del mondo; le problematiche più comuni dei nostri stili di vita; e infine la nostra salute psicologica. Il tutto sullo sfondo della nostra, pur breve, storia evolutiva. In questo saggio proveremo a razionalizzare questi nessi con un percorso concettuale il più possibile coerente.

Utilizzare, come qui proviamo a fare, un approccio transdisciplinare, che attraversi i paradigmi della biologia e della psicologia evoluzionistica e contemporaneamente metta assieme visioni sociologiche, psicosociali e filosofiche, ci è sembrata un’operazione assolutamente lineare. Lo sguardo transdisciplinare e grandangolare che qui abbiamo utilizzato ha fatto dialogare all’unisono tutti gli iperoggetti (Morton 2013) che abbiamo convocato a parlarci di questo presente. Evoluzione, epigenetica, costruzione di nicchia, cooptazione funzionale, corpo, mente, capitalismo, salute mentale, riscaldamento globale, bias cognitivi e altri costrutti ancora sono qui diventati altri iperoggetti da confrontare l’uno con l’altro, prospetticamente, senza confonderli, come dei puntini da unire con una matita per cominciare a intravedere in filigrana il profilo di un disegno forse non ancora perfettamente delineato, ma già ben riconoscibile nella sua palese insostenibilità.

Abbiamo dovuto però superare, nel corso di questa stesura, alcuni divieti interni (alle nostre culture e formazioni) e facili semplificazioni, che ci impedivano di addentrarci in territori concettualmente troppo impervi, come ad esempio poter parlare, con la necessaria cautela, di aspetti della natura umana senza sentirci dei reazionari che usano l’aggettivazione “naturale” come un randello insensato e violento o come elemento di certificazione e normalizzazione del comportamento umano; o rischiare di essere confusi con sostenitori di idee psicobiologistiche (nulla di più lontano dalle nostre posizioni), di essere facilmente fraintesi come gli ultimi catastrofisti del momento(2) o di essere presi per intransigenti dogmatici; e infine rischiare di essere messi con le spalle al muro da una forma di accademismo autoreferenziale, che nelle sue versioni più integraliste vorrebbe limitare la potenza di ragionamento in nome di una scientificità di settore. Un approccio liberamente transdisciplinare tende a chiamare per nome le cose come si manifestano nelle nuove griglie osservative e interpretative in cui sono inserite, utilizzando magari nuove utili metafore, ma senza troppi giri di parole. E a tal proposito…

2. Vecchio stupido capitalista, non ti salverai
In un mondo così strutturalmente (e sempre più) diseguale quale è il nostro presente, sembra essersi consolidata l’idea, totalmente infondata, che i destini della nostra specie riproducano le stesse logiche delle disuguaglianze che hanno caratterizzato la storia dell’umanità e, di conseguenza, sembra passare l’idea che chi si trova nella ristrettissima minoranza dei più ricchi e potenti del mondo possa sfuggire in futuro in qualche magico modo alla follia autodistruttiva di questa ultima parte della storia. Ma morte, follia e disagio esistenziale, diversamente da quanto confabulino i codici del neoliberismo più sfrenato, hanno una caratteristica in comune: sono irrimediabilmente orizzontali e non risparmiano proprio nessuno.

Non a caso spesso la fantascienza cinematografica immagina e ripropone con una certa regolarità(3) trame di mondi prossimi futuri dove le élites ricche o geneticamente selezionate vivono separate o su un altro pianeta meraviglioso e felice, lasciando a tutti gli altri il mondo in rovina.

Queste trame sono figlie di una lettura parossistica del presente e del passato per la quale le diseguaglianze appaiono fatali e provvidenziali. Ma quale stolto può mai credere alle possibilità realistiche di sviluppi del genere? Dove possono mai scappare le élites se, come prevedibile, entro pochi decenni o secoli si assisterà alla fine o, in subordine, all’erosione drastica dei confini del mondo fin qui conosciuto?

• finirà il lavoro,
• collasseranno i mercati,
• finirà il reddito,
• finiranno i consumi,
• si esaurirà il consenso,
• finiranno le tecnologie salvifiche,
• finirà la fertilità maschile,
• finirà l’ecosistema come l’abbiamo abitato fino a ieri,
• finirà la biodiversità,
• finirà l’acqua potabile e d’irrigazione,
• le temperature aumenteranno di 4-5 gradi, l’Europa e l’America del Nord diventeranno zone subtropicali e desertiche,
• i migranti climatici saranno centinaia di milioni,
• le diseguaglianze produrranno guerre e sommosse di proporzioni oceaniche.

Le élites non scapperebbero da nessuna parte, affonderemmo certamente tutti assieme, e senza scialuppe.

Questa consapevolezza non costituisce alcuna consolazione, tutt’altro: sapere che gli uomini più ricchi e potenti possano condividere la livella della condizione umana non ci fornisce alcuna soddisfazione, casomai aumenta lo sconforto. Sapere di essere governati da uomini e donne incapaci di ogni previsionalità e arroccati nei loro fortini mondani irradia una sensazione di impotenza. E neanche l’evidente rovina delle loro personalissime vite private costituisce per loro motivo di autocorrezione. Non è possibile attendersi nessuna folgorazione sulla via di Damasco da chi è totalmente intriso nelle logiche di potere. Del resto, è un dato acquisito dalla storia e dalle scienze: sono state già tante le civiltà del passato che sono scomparse travolte da meccanismi autodistruttivi che sono risultati ingovernabili (Pievani 2012, pp. 100-105).

Di fronte a una miopia così strutturata e inemendabile (ne parleremo nel capitolo 3), non esiste al momento alcun argine di razionalità che tenga e al contempo non esiste differenza di potere e di ricchezza che garantisca alcun privilegio salvifico contro l’ineluttabilità di una fine ancora ampiamente evitabile.

Questo libro vuole annunciare a tutti, ma proprio a tutti, che mai come in questa epoca storica la nostra specie, i sapiens, dopo i colli di bottiglia e la prossimità all’estinzione sperimentata forse più volte in epoca paleolitica per probabili motivi ecologici (glaciazioni) e relative e improvvise scarsità demografiche (come evidenziano alcune ricerche paleogenetiche), oggi si ritrova nuovamente di fronte al rischio di estinzione, ma per motivi totalmente differenti da quelli del remoto passato. Il motivo è totalmente inedito e si chiama tendenza all’autoestinzione. In altri termini: scacco cognitivo, impensabilità del futuro, assenza di previsionalità, assenza di pensiero ecologico sistemico e complesso, assenza di programmazione politica a lungo raggio (D’Elia 2014a), assenza di capacità di coordinamento globale delle crisi, incapacità di immaginare scenari virtuosi prossimi, incapacità di stabilire un nuovo patto sia con i propri habitat naturali, sia con i propri mondi esistenziali.

In questo libro parliamo di una parabola del capitalismo che non riguarda in nessun modo una sua crisi fatale all’orizzonte di tipo economico o politico, come molti, noi compresi, desidereremmo. Tutt’altro, qui sosteniamo che non è mai esistito nella storia un sistema politico-economico così stabile come il capitalismo con le sue regole, quasi naturalizzate nel vissuto di tutti noi che le subiamo. E su questo il filosofo Byung-Chul Han ci ha ben istruiti (Han 2022). Neanche la crisi del ’29 del secolo scorso e gli anni terrificanti a venire in tutto il mondo occidentale hanno potuto scalfire il dominio ideologico e universalistico del sistema capitalistico, e anche allora le élites trovarono il modo di salvarsi e persino arricchirsi. Il capitalismo, così come si autoregola, si autorigenera e si trasforma senza che venga mai messo seriamente in discussione. Ripropone in ogni crisi epocale con più forza e determinazione le sue regole implicite di radicale disuguaglianza tra uomini e tra popoli e la sua struttura sociale a caste, la sua visione utilitaristica dell’esistenza e la folle idea ciecamente espansionistica e di sfruttamento devastante dell’habitat in cui è prosperato. La sua natura parassitaria è al contempo palingenetica e anti-umana oltre che di odio concreto verso l’ecosistema. Ma questo è solo un corno del problema.

La parabola del capitalismo che tratteremo qui riguarda invece lo stato di salute, mentale ed esistenziale, che ogni cittadino del mondo vive di riflesso alla follia sistemica in cui tale stile di vita ci ha condotto ciecamente. E non parliamo solo dei miliardi di emarginati poveri, o del miliardo ufficiale (dato probabilmente fortemente sottostimato) di disagiati e disturbati psichici, depressi, angosciati, isolati e infelici cronici che tale sistema produce organicamente, ma anche di chi vive illusoriamente comodo nel suo ventre di vacca. L’illusione di vivere meglio o di rimanere invincibili e immortali perché arroccati in quel ventre di vacca sta diventando una credenza sempre più delirante. Questa apparente sicurezza non ci garantisce più alcuna tutela sociale e morire precocemente di solitudine, di depressione e di disperazione sta diventando, anche nel cuore del capitalismo, un evento più che comune (Case, Deaton 2020).

Sarebbe fin troppo facile dimostrare l’infelice condizione umana dei vecchi capitalisti descrivendo lo squallore delle loro biografie, la loro miseria umana. La parabola decadente della condizione umana comincia a essere scritta, e anche ben evidente, nell’involuzione psicopatologica di certi personaggi pubblici negli ultimi decenni della storia. E non parliamo solo dei clamorosi prodotti paranoicali del secolo scorso e di quella storia di devastazioni, sopraffazioni e umiliazioni: Hitler, Stalin e Pol Pot erano molto più che disagiati, ma certamente non erano capitalisti di nascita. Parliamo di tutti i successivi burattini compiacenti che hanno governato, per modo di dire, i paesi occidentali negli ultimi quarant’anni. Personaggi sempre più palesemente disturbati e con intelligenze modeste volte solo in senso utilitaristico, completamente ammalati di potere, perfetti prodotti di un’epoca spettacolistica.

Diciamo tutto questo non certo per sentirci migliori delle élites politico-economiche, e non certo per alcuna reazione revanscista, ma per ribadire qualcosa che tutti gli studiosi sociali hanno compreso da tempo: lo iato incolmabile tra profondità della visione politica media dei nostri leader mondiali, generalmente a cortissimo raggio (tarata sulla prossima elezione), e l’urgente necessità del pianeta e di tutti noi di poter contare su lungimiranza, previsionalità, azioni e decisioni politiche coraggiose e a lungo raggio. L’utile idiota al potere non dissente non disturba i veri manovratori della nave e pensa a incollarsi il più possibile al suo piccolo spazio di potere. Peccato che, mentre lui si trastulla, la nave in questione è in rotta di collisione con una serie di iceberg ben visibili all’orizzonte. Il suo amore di specie e la sua cura per la sua stessa progenie sono prossimi allo zero.

Ecco, in questo saggio avremmo l’ardire di comunicare ai manovratori e a tutti coloro che per qualche strana ragione si sentono immuni dal disagio esistenziale e dalla morte in quanto potenti, o solo in quanto ignoranti, che esistono delle ragioni disevolutive che come specie ci spingono verso l’autoestinzione e che tutti noi in misura diversa ne siamo interpreti (i ricchi e i potenti molto più di noi comuni mortali), e che la buona notizia è che se riusciamo a comprendere che sulla nave affondiamo tutti assieme forse si potrebbe nel prossimo futuro cambiare rotta, possibilmente facendo appello ad altre ragioni, questa volta evolutive, opposte e contrarie, che ci spingono verso la sopravvivenza.

3. Il nostro percorso, in sintesi
Nel capitolo 1 proveremo a comprendere come nelle dotazioni originarie della nostra specie fortune e sfortune evolutive siano del tutto intrecciate e siano contestualmente presenti. Immediatamente dopo argomenteremo come, alla luce delle richieste di adattamento che il sistema capitalistico ci impone, sia diventato improponibile ogni possibile adeguamento a una vita dignitosa. Introdurremo il concetto di invalicabilità bio-psico-sociale di molte nostre caratteristiche di specie ed esploreremo le modalità con cui il capitalismo insulta e calpesta ognuna delle dotazioni di origine della nostra specie.

Nel capitolo 2 esploreremo – attraverso l’applicazione di alcune utili intuizioni della biologia evoluzionistica (in particolare la teoria della costruzione di nicchia ecologica e il concetto di cooptazione funzionale) alle vicende della storia recente – come l’intera specie stia velocemente migrando verso una nuova realtà esistenziale, sempre più virtualizzata e decorporizzata (il riferimento è in particolare al metaverso), le cui conseguenze a carico del soggetto (e anche dell’ecosistema) ci appaiono in parte imprevedibili, in parte prevedibili e nefaste.

Nel capitolo 3 proveremo a comprendere che le transizioni globali, epocali, come questa che l’umanità sta attraversando (ecologiche, psico-collettive) sono di difficile gestione. La mente umana mostra diverse fatiche strutturali nel prevedere e nell’avere esperienza di ciò che non è immediatamente presente, tangibile. Prenderemo in esame il concetto filosofico di “iperoggetto” e proveremo a comprenderne alcuni esiti. Esamineremo più da vicino il nesso tra i codici di adeguatezza sociale, la loro altissima assimilabilità e la precarietà della salute mentale. E infine cercheremo di comprendere alcuni aspetti della distruttività e della pulsione verso la guerra dell’uomo.

Nel capitolo 4 esamineremo le dinamiche culturali della realizzazione individuale in due contesti differenti: la cultura del self-made man americano e l’ikigai tradizionale di Okinawa. Mentre la prima è caratterizzata da un paradigma prevalentemente competitivo e individualista, spesso associato a stress e disgregazione sociale, la seconda promuove la ricerca del talento personale e la realizzazione attraverso ciò che si ama, grazie a un modello sociale cooperativo. Esploreremo inoltre le differenze tra “cultura subita” e “cultura agita”, con il fine di immaginare un possibile contenitore culturale per un approccio glocalista alla gestione delle risorse e delle relazioni tra popolazioni. Un contenitore culturale che possa favorire e sostenere i processi di coesione sociale attivamente e al contempo lasciare spazio alle molteplici espressioni identitarie/narrative delle diverse popolazioni, a partire da un comune e necessario nuovo patto con Gea.

Nelle conclusioni, infine, proveremo a tirare le somme di questo percorso non lineare e non omogeneo portando alcuni dati sullo stato di salute della specie e del pianeta e provando ad aprire a sviluppi futuri.

(1) Gould, Vrba 1982 e Pievani 2018 sul concetto centrale di exaptation (cooptazione funzionale), che incontreremo più volte nel testo.

(2) O, come direbbe Telmo Pievani (2012), con gli apocalittici perplessi.

(3) Si pensi a film come Zardoz, Gattaca ed Elysium, per tutti.”

© Luigi D’Elia, Nora Sophie Nicolaus, Umanamente insostenibile. Il capitalismo nuoce gravemente ai Sapiens , Meltemi 2025

https://www.baritoday.it/eventi/presentazione-del-libro-umanamente-insostenibile-il-capitalismo-nuoce-gravemente-ai-sapiens-di-luigi-d-elia-e-nora-sophie-nicolaus-3-maggio-2025.html


Aggiornamento del 3 maggio 2025

Penso di non aver mai sottolineato così tanto un libro, forse nemmeno quando si trattava di testi da studiare per qualche esame. Eppure forse sono proprio i testi che nessuno ci impone a rapirci di più, ancora meglio se parlano di ciò che siamo con lucida fermezza e con la prospettiva sempre accesa verso un futuro (che certamente non vedremo ma che possiamo costruire) nel quale poter dire che la specie homo sapiens si è salvata a un passo dalla autoestinzione. Siamo umani ma abbiamo imparato troppo in fretta, nella nostra breve storia su questa terra, a dimenticare cosa ci ha reso “speciali”, cosa ci ha reso capaci di grandi voli pindarici, scoperte scientifiche e opere di ingegno artistico. 

Siamo tutto ciò che di meraviglioso possiamo creare ma non siamo divinità e non siamo al di sopra di altre specie e del mondo che ci ospita. Svincolarci dal nostro più becero individualismo per capire che siamo parte del tutto e non entità divine incorporee, forse ci potrebbe salvare. Ma ci vuole uno sforzo e un impegno a cui abbiamo scelto di disabituarci in virtù della velocità, del denaro, di un sistema economico e politico votato alla ricorsa di un “benessere” effimero basato sul PIL e artefice di inganni e disagi psichici.
Mi è difficile contenere in poche parole ciò che questo saggio di Luigi D’Elia e Nora Sophie Nicolaus mi ha lasciato.

Abbiamo ascoltato dalla voce degli autori ciò che li ha spinti a compiere questa indagine, a cercare di comprendere la portata scientifica, psicologica che il capitalismo continua ad esercitare, in modi sempre più pervasivi, sulla nostra mente, sulle nostre vite, sulla nostra evoluzione, sulle catastrofi alle quali assistiamo anestetizzati e indifferenti.

Galleria fotografica


Il video dell’incontro (link)

Il podcast dell’incontro (Spreaker)


Di seguito altri spunti di riflessione legati al saggio e riportati nel sito ufficiale che raccoglie tutte le informazioni e le recensioni.

Manuale di sopravvivenza per il vivente: oltre il punto di frattura (recensione di Luciano Moro, psicologo e psicoterapeuta)

“Sostenibile / insostenibile”. Strano equilibrio, profondo dilemma, apparentemente irrisolvibile questione… Ecco venirci in soccorso un piccolo e grande, ambizioso, libro / un nuovo essenziale ed apparentemente smilzo “Manuale di sopravvivenza”, destinato all’intero “Bios”, al regno del “vivente” tout-court; quasi un manifesto lasciato in eredità (e destino) alla nostra residua umanità e innanzitutto alla nostra condizione biologica specie specifica di “esseri auto-poietici” – scriverebbe Giorgio Cesarano sulle tracce di Raoul Vaneigem (due veri autentici giganti perduti tra altre mille inutili ed inessenziali produzioni editoriali, eppure… anche un nano sulle spalle di tali giganti…) ma non abbiate dubbi; i nostri autori, Luigi D’Elia e Nora Sophie Nicolaus, hanno spalle sufficientemente larghe e studi ben solidi, e quanto meno una vista lunga ed una messa a fuoco assai precisa e puntuale. […]

Degli specialisti della psiche e degli attenti osservatori del sociale (il “Male dell’essere”, Kaës, come non definitiva espressione di disagio della nostra ineducata civiltà) si sono posti l’ambizioso quanto necessario e stringente problema di cercare di approntare un apparato ed un metodo bio-psico-antropologico finalmente ambizioso ed all’altezza dei nostri sciagurati tempi (ora o forse mai più), atto a catturare i sogni profondi della nostra specie, oltre ogni metafisica e misticismo, fornendo ancora una ultima chance di questo inizio millennio per dare senso alla nostra “spinta ad esistere”. Una tensione biologica ed antropologica, che coniuga l’urgenza e la spinta millenaria di complicarsi biologicamente e culturalmente lungo le generazioni con l’inarrestabile necessità di dotarsi di strumenti protesici atti alla sua/nostra sopravvivenza, nel tentativo rivelatosi tutto sommato fallimentare per ora di esercitare un controllo sulla realtà ambientale e sociale nel suo/nostro pur breve tempo della storia. […]

Esiste una comunità umana votata alla verità, al bene e alla giustizia, emozioni inestirpabili alla nostra esperienza infantile del mondo, residuo della nostra dipendenza ed esperienza di accudimento pre-verbale e proto-mentale, sedimento della nostra umanità? Oppure l’iper sviluppo di Comunità Tecnocratiche votate a-finalisticamente alla efficienza e ad un continuo rimodellamento ed assorbimento di tutte le energie disponibili atte alla sua incessante replica, che non tenga più conto delle nostre inesorabili esigenze vitali (di sonno, di riposo, di relazione, di gioco, di godimento, ecc.). […]
“Sostenibile” parrebbe un campanello fin troppo flebile per fare il punto sulla soglia su cui ora stiamo come specie. Una parola leggera e inadeguata a sorreggere un mondo troppo precario in cui si presentano alla nostra esperienza e alle nostre limitate capacità di fare conoscenza oggetti invisibili ed ingombranti, “Gli Iper-oggetti” di cui parlano gli autori, citando Timothy Morton. Quale il punto di resistenza e di inevitabile rottura della rete delle nostre relazioni interurbane, ecologiche ed ambientali (il mondo, Umwelt “natura/cultura”)?

Dal centro di Matrix (dal centro della società dello spettacolo generalizzato e/o di nuovo concentrazionario) può rinascere il sogno della ribellione e della resistenza? Per questo occorre trovare un punto di resistenza e non di resilienza*, un punto in cui far ripartire dalla nostra storia un nuovo racconto della nostra condizione, una leggenda o una legenda, un C’era una volta, o una mappa di una strategia di fuga e di diserzione? Forse quando verità e virtualità hanno perso ogni possibile configurazione bisogna tornare ad una esperienza originaria e fondativa. Dal bagno di immersione nella stanza aneconica di Matrix occorre tornare alla culla dell’uomo, o alla sua nuova alba, là dove rinasce la sua esperienza del mondo e dell’accudimento primario, dove si fondi l’etica del reciproco riconoscimento, dello scambio affettivo e della ri-sintonizzazione interpersonale degli sguardi e dei corpi, mettersi in comune ed assieme alla ricerca dei nostri ritmi biologici più profondi, Una buona/cattiva notizia intanto, pare non sia vero che dormiamo così poco. Semplicemente una nuova insonnia, una nuova lontananza dal desiderio, una incapacità di sognare si è sostituita agli scarti tossici della nostra mancata esperienza di rielaborazione della nostra quotidiana sopravvivenza. Al sogno/sonno si stanno sostituendo incoscienza e stato di coma. Il nostro risveglio inizierà solo attraverso nuovi stati di coscienza, una percezione rinnovata di una mente estesa che ci vincolerà nuovamente al contatto internano, a partire da piccole rinnovate esperienze di comunità umana ritrovata.”
(https://www.umanamenteinsostenibile.it/recensione-luciano-moro/ )

Estratto del libro
“Se è vero che l’architettura della mente dei sapiens è in sostanza forgiata nell’età paleolitica, sarebbe il caso di osservare cosa dei nostri più comuni e attuali stili di vita, specialmente alla luce delle più recenti accelerazioni tecno-sociali, corrisponde ad una vera e proprio violenza a causa della incompatibilità e immodificabilità strutturale della dotazione di partenza. In buona sostanza, la domanda sottesa a questa nostra ricerca è la seguente: dove la storia recente dell’uomo ha potuto tirare la corda delle dotazioni di partenza potendo anche migliorare la condizione umana e dove invece le pressioni evolutive finiscono per spezzare la corda?

Tempo del sonno, tempo di lavoro, tempo per sé, tempo per le cure parentali, tempo per la socialità, abitudini alimentari, abitudini corporee, rapporto con la tecnologia, rapporto con le risorse (economiche), tipologie di organizzatori sociali, tipologie di aggregazioni umane e modalità di convivenza, tipologie di abitazione, modalità di ingresso e uscita dai cicli vitali, senso e qualità della vita sessuale (e rapporto col piacere), organizzazione della vita emotiva, investimento sulla progettualità familiare e non, investimento sulla creatività e sulle attitudini, rapporto con l’ambiente non-umano e con la bellezza.

Ogni punto di questo elenco e l’elenco nel suo complesso possiamo intenderli come repertorio originario della specie sapiens con il quale dover fare i conti in ogni epoca storica.

Quale pressione evolutiva e socio-culturale può sostenere la nostra dotazione di specie di partenza? Per esplorare nel dettaglio le capacità del nostro repertorio di partenza, occorre sottoporre ad osservazione puntuale ogni singolo aspetto di tale corredo bio-psico-morfologico.

Proviamo qui, brevemente, attraverso domande dirette, ad interrogare le nostre attuali vite di sapiens contemporanei, nel pieno dell’epoca tardo-capitalista, per indagare su come le sollecitazioni socio-culturali di questo momento storico siano compatibili o viceversa dirompenti rispetto al nostro repertorio evolutivo di partenza.

E, dunque, le principali domande sono le seguenti:
Quante ore di sonno necessità la mente di un sapiens? E quante ne potrebbe perdere al massimo in una settimana senza doversi ammalare? E’ realmente concepibile rendere flessibile il sonno?
Quante ore di attività-lavoro al giorno può reggere, mantenendo motivazione e efficienza, un sapiens? In relazione a quali sistemi motivazionali? Quanto può “spingere” e per quanto consecutivamente oltre un certo limite personale?
Quanto tempo oniroide solitario improduttivo (me time ozioso) richiede la mente di un sapiens per riordinare memorie, affetti, pensieri, energie? Quanto si può consentire di erodere questa temporalità ai fini produttivi?
Se si tratta di una famiglia con figli, quali tempi e quali cure parentali sono necessarie ai piccoli e ai meno piccoli dei sapiens per poter crescere mentalmente sani? Quali e quanti tempi e cure sono delegabili a strutture sociali intermedie e quali no?
Quali e quanti rapporti amicali autentici preserviamo? A quali gruppi di amici o conoscenti sentiamo di fare parte? Quanto tempo dedichiamo a tale ambito della nostra esistenza? Quanto sentiamo di essere utili e apprezzati-amati dagli altri prossimi nella vita che svolgiamo?
Quanto la nostra vita sociale è sotto l’egida della competizione e della performance e quanto sotto l’egida della collaborazione e cooperazione orizzontale?
Quale regime alimentare seguiamo? Esso rispetta le nostre esigenze e contestualmente anche quelle del nostro ecosistema?
Come trattiamo il nostro corpo-mente? Quanto siamo confidenti rispetto ai suoi segnali e quale dialogo intimo abbiamo con esso? Quali attività e quali tempi dedichiamo per seguire i suoi bisogni?
Quanto tempo utilizziamo nell’uso compulsivo delle tecnologie prevalenti nella nostra epoca? Quanto riusciamo a sottrarci dalla dipendenza e dal dominio di tale temporalità tossica?
Quale rapporto abbiamo con la nostra personale economia? Abbiamo consapevolezza del rapporto tra disponibilità e bisogni essenziali?
Viviamo in una abitazione sufficientemente dignitosa e ospitale?
Abbiamo consapevolezza delle eventuali tossicità delle appartenenze (famigliari o sociali)? Siamo in grado di agire su di esse preservandoci da un eccesso di esposizione a tali tossicità?
Siamo coerenti e aderenti con i nostri bisogni evolutivi relativi ai nostri effettivi cicli vitali? Oppure sentiamo anacronisticamente di possedere un’età troppo superiore (o inferiore) a quella anagrafica? Ci sentiamo sufficientemente attivi e protagonisti della nostra vita sociale o viceversa estranei e inutili?
Siamo sufficientemente sereni con la nostra sessualità? Viviamo la nostra sessualità con la necessaria libertà? O la sentiamo coartata o estranea a noi? Quale rapporto abbiamo con il sistema del piacere?
Facciamo caso ai nostri sbalzi emotivi (stati ansiosi, malinconici, etc.)? Siamo in grado di riconoscere le sfumature emotive e contestualizzarle, di viverle con la necessaria espressività? Siamo in grado di distinguere tra cause esterne e ambientali e vulnerabilità personali rispetto ai nostri stati emotivi?
Riusciamo a proiettarci nel futuro (prossimo e remoto) in termini di progetti, desideri e obiettivi?
Riusciamo a immaginare di mettere a frutto le nostre più vere attitudini al servizio di noi stessi e degli altri? Abbiamo consapevolezza delle peculiarità delle nostre capacità espressive e delle nostre piccole e grandi vocazioni?
Quanto tempo riusciamo a vivere immersi nel mondo non-umano (comunemente detto “natura”) e a goderne della sua bellezza? Abbiamo un privilegiato rapporto con la bellezza? Abbiamo sufficiente consapevolezza delle criticità ecologiche in corso?”
(https://www.umanamenteinsostenibile.it/sapiens-stile-di-vita/ )

“[…] L’Amore di Specie riguarda un’evoluzione della coscienza umana, che permette di superare l’individualismo e di riconoscere l’interconnessione profonda tra esseri umani e ambiente.

Non c’è dubbio che lo sviluppo di un autentico e profondo amore di specie, inteso qui come salto di coscienza da individuo a soggetto collettivo, come sentimento compassionevole ed empatico verso questa nostra meravigliosamente imperfetta specie, va di pari passo col sentimento compassionevole verso il vivente in quanto tale e per estensione verso ciò che contiene il vivente, l’intero ecosistema e l’intero cosmo. (D’Elia e Nicolaus, 2025)
L’Amore di Specie trova un solido fondamento scientifico nella scarsa variabilità genetica di Homo sapiens, una prova tangibile della nostra stretta parentela biologica e delle antiche crisi evolutive che la nostra specie ha affrontato. Questa evidenza dovrebbe tradursi in una consapevolezza collettiva capace di guidare l’umanità verso un nuovo salto di coscienza: comprendere che il nostro destino è interconnesso e che la sopravvivenza della specie dipende dalla capacità di riconoscerci come un’unica comunità. Non si tratta solo di un ideale etico o filosofico, ma di una necessità evolutiva documentata dalla genetica e dalla paleoantropologia: o ci salviamo tutti insieme, o affondiamo insieme.

Siamo convinti, di converso, che uno dei principali fattori che ostacola il salto di coscienza che occorrerebbe in questa fase storica all’umanità per correggere l’evidente tendenza all’autoestinzione consista esattamente nell’assenza di percezione, di appartenenza, di amore di specie. Nella mancanza cioè di percezione e consapevolezza diffusa di trovarci sulla stessa barca tutti insieme, senza distinzioni di potere, intelligenza, prestigio o ricchezza, accomunati da una stretta parentela testimoniata da una scarsa variabilità genetica, prova certa di precedenti pericoli di estinzione (i noti colli di bottiglia) causati da improvvisi cali demografici, superati, chissà come, nel lontano passato paleolitico. […]
Superare il pensiero dualistico che ci vede come separati, che ingannevolmente ci vede come entità separate, è dunque il file rouge che unisce il concetto di Umanesimo Planetario con quello dell’Amore di Specie.

Le crisi ambientale, climatica e sociale sono il risultato di un progresso fuori controllo, che produce danni e sofferenza tanto quanto, se non più, delle sue conquiste. […]”
(https://www.umanamenteinsostenibile.it/amore-di-specie-individualismo/ )

“[…] La cultura non è un destino immutabile. È un processo, una costruzione continua. La cultura ci parla del modo in cui si concepiscono le identità individuali e collettive di una data società. In questo modo, grazie a principi e valori condivisi, diventa possibile coordinarci socialmente e riconoscerci come appartenenti ad una data comunità. Tuttavia, non tutte le culture sono sempre benefiche. Facciamo un esempio concreto, vediamo perché la cultura del self-made man non gioca a nostro favore.

Senza ombra di dubbio, la cultura del self-made man, propria del capitalismo e caratterizzata da un forte “individualismo”, presenta caratteristiche che favoriscono stili di vita spesso infelici, compromettendo la salute psico-fisica. Per realizzarsi (e spesso anche solo per sopravvivere), l’essere umano “occidentalizzato” deve competere costantemente. Questa è una delle principali ragioni per le quali accumula poche ore di sonno, vive a suon di ritmi sfrenati e patisce elevate dosi di stress. O per le quali finisce con l’abusare dell’utilizzo di device, o con il mangiare male e frettolosamente, o persino con il vivere relazioni superficiali e discontinue. Per tutti questi motivi, il modello del self-made man risulta disfunzionale. Approfondiamo ora le origini dell’individualismo nel mondo del lavoro.

Il modello individualista-competitivo non è sempre esistito, ma è una costruzione storica le cui origini si intrecciano con il liberalismo come credo politico basato sul self government. Questo approccio, frutto di molteplici influenze culturali e filosofiche, trova una delle sue basi nel pensiero di Adam Smith. Considerato il padre dell’economia politica moderna, costui ha teorizzato il concetto di “libero mercato”. […]

Parliamoci chiaro: sapiens sono animali sociali. La cooperazione fa parte del nostro repertorio di specie. Quel che cambia nella cultura del self-made man è il modo in cui si realizza, non il fatto che di per sé non ci sia. La cooperazione nel mondo del lavoro occidentalizzato, sembra più che altro arginata a necessità aziendali dove impariamo a fare “squadra” per ragioni funzionali agli obiettivi di business. Ecco dove sta il problema! Non si tratta di una forma collaborativa volta al bene comune. Tanto è vero che all’interno delle aziende si continuano a coltivare gelosie e si è spesso in competizione con i colleghi, visti in parte come membri dello stesso team e in parte come concorrenti. La logica del “fare carriera” è più o meno la seguente: “se salgo di livello io, allo stesso posto non puoi essere promosso anche tu”. Prevalere è quindi necessario per affermarsi. Ecco che l’idea di Smith tradotta nel reale si rivela essere un boomerang sul piano del benessere socio-relazionale. […]
La domanda a questo punto è: quali caratteristiche dovrebbero possedere le narrazioni che ci guidano, per fare in modo che da gabbie che ci limitano diventino ponti che ci connettono?

Le culture sono intrecciate alle strutture di potere, agli interessi economici, ai media. Cambiare narrazione è una trasformazione profonda, che riguarda processi lunghi e complessi. […]
Dovremmo iniziare a riflettere su come celebrare la collaborazione anziché la competizione. Possiamo creare spazi in cui la vulnerabilità non sia vista come una debolezza, ma come un punto di forza. Possiamo raccontare – e vivere – narrazioni che mettano al centro il benessere collettivo, la solidarietà, l’empatia. […]
La buona notizia è che per iniziare ad attuare questo macro-cambiamento sociale non occorre attendere i vertici (la politica arriverà con i suoi tempi). La forza delle relazioni umane, che passa da genitore a figlio, da fratello a sorella, da amico ad amico o da vicina a vicino, quando si propaga su vasta scala è la cosa più potente che ci sia! Riflettere assieme su come un gesto gentile tra sconosciuti possa avere un potere di radicale trasformazione della società, è già rivoluzionario. […]”
(https://www.umanamenteinsostenibile.it/narrazioni-cultura-identita/ )


Ringraziamenti e altri pensieri

Un pomeriggio di primavera con due autori come Luigi D’Elia e Nora Sophie Nicolaus e con un pubblico non solo attento ma anche partecipe e protagonista con domande, riflessioni e considerazioni personali. Il tutto in un luogo, Imago Plus, reso unico da tutte le persone che lo animano, che accolgono sempre con amore i loro ospiti e che mi forniscono tutto il sostegno e il supporto che io possa desiderare.  

Basta questo per dire che la presentazione del libro Umanamente Insostenibile mi ha restituito un senso di gratitudine difficile da spiegare e che non consiste nella soddisfazione individuale ma nella consapevolezza di aver provato a ragionare insieme, di aver messo insieme persone, di aver passato una bella serata anche dopo, tra chiacchiere e racconti.
E tutto questo è merito di un libro – quello scritto appunto da Luigi e Nora Sophie – che cerca di destarci dal sonno delle nostre menti assuefatte a quello che ci viene raccontato e venduto come l’unico mondo possibile e – nientemeno – come il migliore dei mondi possibili.

Il capitalismo ci ha portati dritti nel baratro, convincendoci che quel burrone nel quale siamo caduti sia l’apice dei nostri desideri, il massimo risultato desiderabile e da tutti desiderato. 

Invito a leggere il libro, invito ad ascoltare le parole di Luigi e Nora Sophie in questa presentazione, e quelle delle persone intervenute, che ringrazio per la partecipazione appassionata.
Prima di cominciare, Luigi mi ha chiesto “ma tu organizzi tutto questo per puro piacere personale?”. Al mio “sì” entusiasta, Luigi ha risposto con uno sguardo che è stato un vero regalo per me. E mi viene sempre da chiedermi “se non facciamo cose per il piacere di condividere, di riflettere e di provare nel nostro piccolo a cambiare lo status quo, che altro obiettivo ci resta in questa nostra breve vita?”

Grazie a tutte le persone presenti il 3 maggio e a chi approfondirà leggendo il libro o ascoltando il video: siete tutti imprescindibili! ❤

Laura Ressa

Copertina: locandina realizzata in occasione della presentazione

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti