
Era nata nel 1914 e oggi avrebbe compiuto 110 anni.
Ho scritto spesso di mia nonna, la rievoco spesso mentre ascolto o parlo dei più svariati argomenti. Non c’è momento della vita che, in un modo o nell’altro, non mi riporti a lei, alle sue rassicurazioni, ai suoi rimproveri, ai suoi detti così semplici ma così veri quando poi ti ritrovi a vivere tutti i giorni in un mondo che prima non conoscevi fino in fondo. E sempre più spesso mi ritrovo a chiedermi “lei come mi consiglierebbe di affrontare questa situazione?”
Mi sono interrogata, e me lo chiedo ancora, se sia rispettoso nei suoi confronti condividere le sue foto, scrivere di lei, rievocarla senza sapere se mi stia ascoltando da qualche parte e se, in qualche altra dimensione e forma, il mio messaggio arrivi a lei o resti solo un’illusione attaccata qui a consolarmi e a ricordarmi ogni giorno che l’assenza di qualcuno è parte essenziale dell’esperienza umana. Ho provato a capire se fosse giusto affidare il ricordo alle parole, alle immagini e alla condivisione di tutto questo su canali che non fanno che sfruttare il nostro pensiero e le nostre vite.
Il fatto è che a volte la vita raccontata viene edulcorata, viene distorta a nostro piacimento. E in questo modo il dolore rischia di diventare un mondo in cui rifugiarsi, un atto consolatorio, una richiesta di aiuto o di attenzioni. Il ricordo viene distorto, si modella sotto i nostri occhi, si trasforma per lasciare in vita, ai posteri, solo un racconto lineare, fatto di frammenti stupendi, romanzati, metaforici.
Eppure, anche se mi chiedo fino a che punto tutto questo sia giusto e a quali distorsioni io sottoponga i ricordi, non riesco a distaccarmi dalla sua rievocazione, forse perché vorrei essere come lei e forse perché la sua perdita è stata la prima perdita cruciale della mia vita. Forse perché ci aspettiamo di poter dare gli addii tipici di quei film in cui tutto si risolve o, se non si risolve, ci pensa l’anima del defunto a tornare indietro e a risolvere sorvolando tra le nostre vite terrene per riparare i danni fatti o subiti e poi andare oltre. Non ci va giù che nel mondo reale alcune cose restino scoperchiate e alcuni cassetti vengano lasciati aperti e in disordine.
La verità è che negli ultimi anni ho avuto un rapporto conflittuale con mia nonna, fino poi a non avere più la forza né la voglia di vederla lentamente andar via perché tanto non poteva capirmi più – pensavo io – e perché in fondo sapevamo entrambe che i battibecchi dei rispettivi periodi bui non rappresentavano l’essenza di noi due ma solo l’epilogo di un frammento di vita in cui tutte e due eravamo un po’ perse, un po’ stanche e un po’ arrese.
Forse è per questo che si continua a raccontare il distacco dalle persone care e si continua a sfogliare album di vecchie foto: per fare in modo che il cerchio si chiuda come avremmo voluto noi, per chiudere i cassetti rimasti aperti, per comporre un finale diverso che poi ci convinciamo sia in effetti il vero finale.

Penso però che la fine non si modifichi e che il termine di una vita non è l’unica cosa che ci resta di quella vita: anzi, direi che è la parte meno influente. Le ultime parole dette, le ultime cose fatte insieme, l’ultimo scambio di sguardi, se davvero li ricordiamo nella loro versione rispondente al vero, non sono che un attimo sfocato, un passaggio forzato, un rituale preimpostato, un libro già scritto da altri.
Ieri al telefono un amico lontano mi raccontava la sua prospettiva sul distacco, sulla morte e sul ricordo. Parlare con lui mi ha fatto riflettere molto sul modo in cui ci abbarbichiamo agli ultimi istanti dei nostri cari e, se non abbiamo vissuto quegli istanti o non lo abbiamo fatto come avremmo voluto, ce li costruiamo per ancorarci, per consolarci, creiamo santuari intoccabili nelle nostre case, nei nostri spazi web, nei nostri cuori.
Non voglio commettere questo errore ma non voglio nemmeno illudermi che tutto fosse bello e splendente e che ogni momento passato insieme a mia nonna sia stato idilliaco.
Forse è proprio l’irrisolto che ci fa amare davvero le persone: la percezione di non sapere e di non poter più chiedere.
Sono quei cassetti aperti e in disordine a dirci che non siamo mai risolti, che non siamo mai perfetti, che il ricordo non è un santuario e che chi ci ha amato davvero non ha mai preteso che rimettessimo tutto in ordine.

Laura Ressa
Copertina: immagine tratta da Pixabay
