Matteo Maria Bonani cura ascolto

I temi della sofferenza e della cura ci portano inevitabilmente a riflettere sul modo in cui la società influenzi lo stato di salute delle persone. Salute fisica, certo, ma anche salute psicologica: due aspetti, questi, saldamente interconnessi nelle nostre vite.

Il protagonista dell’intervista Frasivolanti del 28 ottobre 2024 alle ore 15.30 è stato Matteo Maria Bonani, psicoterapeuta, supervisore e formatore nelle aree della disabilità complessa, della salute mentale e della tutela del minore. Oltre agli studi di psicoterapia Matteo si interessa di filosofie orientali e di altre tradizioni come lo sciamanismo. Autore di “Relazione di cura e cura della Relazione”, del testo “Oceano Irrazionale. Cronache di uno psicoterapeuta” e, insieme alla moglie Silvia Riccamboni, di “Il Canto della Foresta. Ayahuasca e medicina sciamanica“.

Per entrare nel vivo della sua storia, lascio spazio alle parole di Matteo proponendo di seguito alcuni stralci di una sua recente intervista.

“Sono un uomo di montagna e di mare, anche se vivo in città. Sono cresciuto in un paese alle pendici delle piccole dolomiti, il bosco, i torrenti e le rocce sono state le mie vere scuole. Ho amato arrampicare e praticare snowboard, anche se preferivo salire a piedi la neve fresca, magari le notti di luna piena e poi scendere nel silenzio dell’immensità del cielo stellato. La frenesia degli impianti di risalita mi ha sempre messo a disagio, questo quando ero giovane non lo capivo e mi sentivo “strano”, ma poi ho compreso: la mia predisposizione naturale è sempre stata l’ascolto, l’osservazione, la contemplazione. Senza volerlo questa mia inclinazione è diventata la cifra anche del mio lavoro con le persone. Sono uno psicoterapeuta ma fondamentalmente mi sento un ricercatore. Di cosa? Della profondità esistenziale; intendo dire questo quando parlo di me come di un uomo di mare. […]

Per attraversare alcuni territori dell’esperienza umana serve prima di tutto un linguaggio. Non è facile dare parola ad alcuni pensieri, sentimenti, emozioni, sensazioni; quando una situazione o l’incontro con qualcuno toccano corde sensibili del nostro essere, sfiorano ferite antiche ancora in grado di farci provare paura, terrore o rabbia a livello viscerale, è proprio là, allora che servono parole capaci di contenere e dare un senso a quanto accade e ci potrebbe altrimenti anche sconvolgere o travolgere. […]

Mi sono sempre chiesto: ma perché una parola, un gesto, un silenzio possono essere talvolta una medicina, un balsamo, una carezza mentre in altre occasioni si rivelano un veleno, una doccia fredda o una ustione, uno schiaffo o un pugno in faccia? Ho voluto argomentare ed esplorare gli orizzonti di questa domanda, che è nata in me molto prima di iniziare a lavorare come psicoterapeuta. L’incontro tra le persone può determinare cambi di rotta esistenziale anche molto significativi, nel bene e nel male. […]”.

Infine ci tengo a riportare un testo che Matteo Maria Bonani ha pubblicato su Facebook a seguito di una sua visita al Parco di San Giovanni di Trieste.

“Ad ogni viaggio che faccio in questa splendida terra non posso non fare un passaggio per l’ex manicomio provinciale, luogo di sofferenze inaudite e ingiustizie disumane prima della legge 180. Qui Basaglia con i suoi compagni e compagne ha mostrato che non solo un altro modo di prendersi cura di chi soffre mentalmente sia possibile, ma ciò ha reso evidente che l’integrazione della sofferenza psichica, l’ascolto dell’urlo disperato di chi si è smarrito ed ha vissuto l’esperienza del naufragio può contribuire ad un tessuto sociale migliore.”

Cerchiamo allora, insieme, di capire in che modo la cura e l’ascolto possano ancora avere una grande rilevanza. Soprattutto, cerchiamo insieme di comprendere come e se sia ancora possibile costruire un tessuto sociale migliore.

Matteo Maria Bonani – Psicoterapeuta


Prima di proporre qui di seguito il video dell’intervista, vorrei lasciare qualche spunto ulteriore.

Matteo Maria Bonani ha scritto:
“Andare avanti, oltre il punto dove abbiamo imparato a credere non sia possibile, è una capacità di vitale importanza. […]

“Ogni vita merita un romanzo – hanno detto Erving e Miriam Polster, due psicoterapeuti di lunga esperienza. Mi hanno insegnato che in ognuno di noi vi sono i semi per far crescere la pianta della fiducia nella vita”.

Durante l’intervista abbiamo cercato di esplorare in cosa consista la visione integrata della psicoterapia che pone attenzione alla dimensione umana e relazionale.

Oltre alla pratica clinica, Matteo si dedica anche alla formazione e alla supervisione di professionisti nel campo della psicoterapia ed esplora approcci terapeutici che integrano pratiche psicologiche occidentali con filosofie orientali​.
Nei suoi libri ha inoltre proposto racconti che intreccia esperienze personali con la pratica terapeutica, esplorando il tema della sofferenza condivisa tra terapeuta e paziente e il processo di trasformazione che ne deriva​.
In che modo la persona può essere posta al centro di un percorso che valorizza i suoi sogni e le sue aspirazioni​?
Come si concretizza l’incontro tra Oriente e Occidente e quali sono i punti di contatto?
Da dove deriva questa fusione e come orientare l’approccio terapeutico verso la comprensione della sofferenza attraverso una lente più ampia?
Che ruolo riveste la narrazione personale per creare connessioni autentiche? Serve condividere anche le proprie vulnerabilità nel contesto di cura?

Un altro concetto chiave negli studi di Matteo Maria Bonani è la cura della relazione.
Perché le relazioni dunque sono centrali nel processo di guarigione? Come possiamo creare oggi comunità attente alle necessità altrui?
Moltissime domande, altre sono emerse nel corso della chiacchierata.

Ecco inoltre alcuni link di approfondimento:

https://www.cronachemarche.it/il-dolore-condiviso-tra-paziente-e-psicoterapeuta-esce-oceano-irrazionale/

https://www.giulemanidaibambini.org/articoliscientifici/glm_articoliscientifici_allegato_51.pdf

https://www.corrierenazionale.it/2024/07/31/matteo-maria-bonani-pubblica-relazione-di-cura-e-cura-della-relazione/


Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Matteo Maria Bonani; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.

Il video dell’intervista (link)

Il podcast (Spreaker)


Matteo ha sottolineato l’importanza del linguaggio, la capacità essenziale (del terapeuta ma non solo) di mettersi in ascolto e di percepire gli altri come portatori di significati. Abbiamo toccato ancora una volta quella idea di performance a tutti i costi che attanaglia la nostra società, il capitalismo che affonda le sue radici molto lontano e che oggi si esprime alla massima potenza trasformandoci tutti in prodotti, esseri (ancora umani?) ormai pressoché totalmente privati della capacità di ragionare e scegliere senza seguire gli stimoli di risposta solleticati dal consumismo.

Aveva visto molto chiaramente questo presente becero già Pasolini negli anni ’70, cioè negli anni in cui questa deriva era già presente ma, rispetto ad oggi, appariva appena accennata.

E oggi ci sono ancora molti che non osservano quel che avviene, che non ne vogliono leggere le cause, le ragioni e gli effetti. Qualcuno lo fa per autodifesa, per non capire e dunque non soffrire. Altri lo fanno perché schiavi e carnefici allo stesso tempo, perfettamente succubi ingranaggi di un sistema perverso in cui vince il denaro, il consumo selvaggio, lo sfruttamento delle risorse oltre il necessario, dove vince – in definitiva – chi fa la voce grossa, chi si impone, chi manovra i fili.

Con Matteo abbiamo ripercorso quanto senso ci sia invece nella accettazione delle proprie debolezze, della paura di fare qualcosa di sbagliato verso il mondo e verso gli altri. Nelle sue parole ho ritrovato la stessa estrema insicurezza che caratterizzava me un po’ di anni fa e che – per certi aspetti – ancora mi perseguita. Da sempre ci insegnano a vivere questo aspetto del carattere come una mancanza, come un elemento negativo da smussare, come un ostacolo da cui rinfrancarsi prima o poi con il tempo. Perché? Perché vince il più spavaldo, il più sicuro. Perché ci fanno capire sin dall’inizio che non riuscirai ad avere voce in capitolo se quella voce non la alzi fino a sovrastare quella altrui.

La novità è che quell’aspetto del carattere, quella indole o inclinazione sono tutto fuorché sbagliate. Molto molto spesso quella stessa indole al rispetto sincero del sentire altrui viene scambiata per debolezza, tanto che quando la depositiamo nelle mani sbagliate, essa viene destrutturata, manipolata e scambiata per accondiscendenza a oltranza. Mi è capitato, più di una volta nella vita, di essere silenziosamente accondiscendente, incline alla tacita quiete, persino disposta a privarmi della possibilità di dire la mia. Ed è avvenuto – ma avrei dovuto immaginarlo – che l’espressione di un mio pensiero, anni dopo, fosse interpretato come una minaccia e fosse letto addirittura come una improvvisa mancanza di rispetto, financo come una prevaricazione.

Ne esistono tante di storture, di interpretazioni errate che derivano da quel vizio di considerare una persona che tace o è sempre disponibile verso il prossimo come una persona “stupida” e di vedere in quella stupidità qualcosa da sfruttare a proprio vantaggio. Il meccanismo è sempre lo stesso, ma prima di capirlo ci inciampi tante di quelle volte che consideri quelle cadute la normalità.

Se non avessi riascoltato le parole di Matteo probabilmente non avrei potuto mettere insieme questi pensieri, e magari non avrei capito quanto il suo messaggio sia strettamente connesso anche al mio vissuto. Immagino che, così come è accaduto a me e a lui, anche ad altre persone sarà capitato di essere etichettate come “deboli”. Oggi penso davvero che esserlo sia un vanto, e lo è ancora di più proprio perché quasi tutto il resto vira verso il lato opposto.

Concludo citando alcuni brevi passaggi di due libri di Matteo.

“[…] ogni ambito dell’umano beneficerebbe di una cultura della relazione: scuola, amicizia, coppia, lavoro, educazione e rieducazione, cura… se solo ci ponessimo le domande giuste, se solo fossimo consapevoli di come ogni storia personale è costellata di ferite che incidono sulle nostre capacità di ascolto, giudizio, comprensione, dialogo, relazione.

Se ad esempio come genitori ci rendessimo conto di quanto il nostro stato emotivo viene assorbito e riflesso dai bambini, risparmieremmo non poca sofferenza a loro e anche a noi stessi. Ugualmente, se ci rendessimo conto di come una televisione lasciata accesa senza controllo in un reparto psichiatrico sia in grado di destabilizzare i pazienti, potremmo prevenire certe crisi improvvise apparentemente inspiegabili o agire diversamente quando esplodono.

Non voglio però rivolgermi solo agli addetti ai lavori (psicologi, psichiatri, educatori, pedagogisti clinici, assistenti sociali, infermieri, operatori, ecc.): sono convinto che l’unico modo per abbattere il pregiudizio e lo stigma che avvolgono il disagio mentale e la disabilità sia quello di conoscerle meglio, di entrare in queste realtà per prenderne coscienza. Così facendo restituiremo legittimità e riconoscimento a chi vive queste condizioni promuovendo la trasformazione del tessuto sociale”. (tratto da: Relazione di cura e cura della relazione. Per una clinica dei paesaggi relazionali)

“[…] Ero lì, ad un passo dal primo grande salto nel Vuoto. Mai avrei immaginato quanto quell’esperienza mi sarebbe stata d’aiuto vent’anni dopo nel lavoro di psicoterapeuta, di fronte al vuoto cosmico dell’esordio psicotico, tra le voragini dell’esperienza paranoide, nel buio disperato del grande buco nero della depressione. […] Quando si va a scalare in montagna, a differenza della falesia dove trovi tutto attrezzato e pronto, la via la devi cercare, raggiungere, seguendo le tracce. Ti devi proteggere, non trovi le sicurezze già piantate: gli “spit”, i chiodi resinati ai quali puoi agganciare moschettoni e corda. Devi assicurarti con i “friends”, gli amici della tua scalata, dispositivi a farfalla da incastrare a pressione nella roccia e ai quali agganciare i moschettoni dove passa la corda. Questo significa che la roccia deve essere ben compatta, dura, ma spesso la parte iniziale, detta zoccolo, è fatta di roccia friabile, ciuffi d’erba e qualche appiglio qua e là. Quindi? Capita che si faccia in libera, cioè senza protezioni. Di solito non è un tratto arduo, il grado di difficoltà difficilmente supera il quarto grado ma può essere molto insidioso […]”. (tratto da: Oceano irrazionale. Cronache di uno psicoterapeuta)

Grazie, Matteo!

Laura Ressa

Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti