notte lavoro narrato Imago

E se una data fosse solo una convenzione? E se le convenzioni fossero fatte apposta per essere infrante?

La Notte del lavoro narrato è nata 11 anni fa da un’idea del sociologo Vincenzo Moretti e, negli anni, sono stata io stessa testimone di come questo appuntamento annuale si sia trasformato via via in un vero movimento. Un movimento libero e senza etichette, senza appartenenze né colori. Un movimento fatto prima di tutto di persone che, potenzialmente da qualsiasi localizzazione geografica e da qualunque prospettiva di vita, esprimono la propria visione, il proprio senso e il proprio profondo perché. Ma procediamo per gradi: su VISIONE, SENSO e PROFONDO PERCHÈ ci tornerò in seguito.

Storicamente la data simbolo della Notte del lavoro narrato è per tutti il 30 aprile, ovvero il giorno che precede la festa dei lavoratori. Ed è anche questo il motivo per il quale si utilizza proprio la parola “Notte” che indica quel momento di passaggio, la precisa fase della giornata in cui ci si prepara ad accogliere le prime luci dell’alba del 1° maggio.

Dal 2018 (cioè dall’anno in cui anch’io mi sono unita con gioia a questo movimento senza tessere d’iscrizione, senza colori né etichette) questa occasione di riflessione e di incontro, è diventata per me una creatura viva, un’amica, un essere vivente che dunque vive ogni giorno, che attraversa il tempo e che, per tale motivo, nella mia vita non corrisponde più a una sola data incastonata nel calendario ma è un magma benevolo che attraversa il tempo, che circonda tutto, che abbraccia ogni istante e che ogni tanto ha bisogno di unire qua e là altre persone nello spazio concreto di un incontro.

Alla voce “lavoro narrato” in questo blog c’è il racconto di questi ultimi anni, in una costellazione di video, parole e incontri.

Ed eccoci ad oggi, eccoci all’anno 2024. Siamo nel mese di settembre e la Notte per quest’anno potrebbe essere considerata ormai archiviata, passata, riposta nel suo cassetto fino all’anno successivo (come un albero di Natale ripiegato su se stesso e coricato nel ripostiglio insieme a tutti i suoi addobbi, in attesa del dicembre successivo).

E invece a me il tempo non piace, incasellarlo in giorni precisi ancora meno. Non mi piace l’idea che un calendario debba dirmi cosa devo fare, ed è proprio da questo rifiuto del tempo che nasce la mia urgenza, la voglia spasmodica di continuare a incontrare le persone, persone che hanno un mondo da raccontare anche e soprattutto quando pensano che in fondo la loro storia sia semplice, lineare e poco interessante.

In questo 2024 (come in tutti gli anni dal 2018 ad oggi) la Notte del lavoro narrato per me è un continuum spazio-temporale che se ne frega dei calendari. Quest’anno la Notte del lavoro ci sarà anche nel mese di ottobre.

Torneremo a incontrarci, a raccontare e ad ascoltare le nostre storie. Lo faremo sabato 12 ottobre alle ore 19.00 da IMAGO PLUS a Bari.

Wikipedia mi viene in soccorso in questa scelta e mi informa che nell’anno 1582 il 12 ottobre non è esistito nel calendario gregoriano perché, per riallineare il calendario alle stagioni, i giorni dal 5 al 14 ottobre del 1582 furono saltati. Credo che, manco a farlo apposta, questa sia una data a dir poco perfetta, una ricorrenza che non lo è, il ricordo di un giorno che non è mai esistito e che, quindi, a me fa pensare a un giorno magico che in realtà esiste sempre e in una dimensione ignota e incomprensibile per la mente umana. A pensarci bene, il prossimo anno la Notte del lavoro narrato potrebbe diventare un summit che si svolge proprio dal 5 al 14 ottobre, ma evito di correre troppo con la mente.

I protagonisti

I protagonisti di questa edizione della Notte del lavoro narrato sono 5. Per individuarli e coinvolgerli in questo incontro, ho attinto, come sempre, dalle mie strade di vita, dai percorsi che mi sono ritrovata a vivere, dalle storie che mi hanno emozionato, da quei riconoscimenti reciproci e genuini che avvengono quando guardi negli occhi qualcuno e riconosci una luce sincera.
Presenterò ognuno di questi protagonisti nei successivi articoli del blog attraverso una card dedicata e un testo di accompagnamento.
Stavolta ho scelto di presentarli in una modalità un po’ diversa rispetto al solito.

Per fare ciò, ho quindi posto a ciascuno di loro 2 domande:

  • In quale immagine ti identifichi? (può essere un albero, un fiore, un frutto, un animale, una costruzione, una forma geometrica, un oggetto, ecc.)
  • Tu chi sei? (non una semplice biografia professionale ma quasi un “testamento”, una sorta di eredità morale, personale e lavorativa da lasciare al mondo e in cui ritrovare il senso e il perché della propria vita, quello che muove le azioni, le motivazioni valoriali e le esigenze profonde).

Imago Plus: Il luogo e le persone che lo animano

Il contenitore di questa edizione speciale della nostra Notte del lavoro narrato è IMAGO PLUS. Ma questo luogo non rappresenta solo il dove: esso è decisamente parte integrante del senso di questo incontro. Ne abbraccia i valori, gli obiettivi, l’approccio.

Ho conosciuto Antonio Ottomanelli e Patrizia Sisto, due delle anime che danno un cuore e un volto a IMAGO. Mi hanno accolto con curiosità e voglia di conoscere e ho riconosciuto in loro un approccio orientato alla vera accoglienza, all’ascolto attivo. Mi sono sentita compresa nel profondo, ascoltata, capita. Mi sono sentita all’interno di un luogo che non guarda alle apparenze ma alla sostanza delle cose e delle persone. Ho sentito di trovarmi nel luogo giusto, circondata di colori e, più su, nel terrazzino trasformato in orto botanico, sono stata accolta dall’armonia delle piante e delle api, dalla loro capacità di trasmettere pace e dai raggi intensi del sole di settembre.

Il loro modo di intendere il lavoro, come comunione di intenti priva di gerarchie, si incastra perfettamente con lo spirito con i nostri racconti di lavoro narrato. La sensazione quindi è proprio quella di essere (non stento a dirlo) a casa. E se è vero, come è vero, che le aziende non sono famiglie e che i luoghi di lavoro non sempre sono luoghi di reale aggregazione e crescita, è vero pure che esistono le belle eccezioni, gli esempi da imitare, i coni d’ombra che sempre ci aiutano a osservare più prospettive.

E poi c’è la grande domanda che torna prepotente: si può trovare senso e nutrimento per l’anima nel proprio lavoro? Cercheremo di ragionarci a tempo debito.

IMAGO nasce nel settembre 2015 quando ad Antonio Ottomanelli, curatore, artista e professore presso la Nuova Accademia di Belle Arti Milano, furono affidate concept design e direzione artistica. Antonio aveva immaginato un luogo per dare ospitalità a viaggiatori, ma anche ad esperienze del pensiero contemporaneo da tutto il mondo.

IMAGO PLUS è un centro di produzione culturale e di ospitalità. Ospita viaggiatori e progetti, sostiene gli artisti e pubblica libri. Nella homepage del sito ufficiale campeggia la frase emblematica “Viaggiare per vincere gli stereotipi e aprire le porte dell’immaginazione“.

Collocato nel cuore popolare di Bari, IMAGO si pone l’obiettivo di realizzare un modello di turismo culturale e sostenibile. Le camere ospitano opere d’arte e di design da tutto il mondo. Al piano terra, un bistrot con un’offerta vegetariana e una selezione di vini naturali e biologici, una caffetteria con caffè, tè e tisane artigianali, uno spazio acquisti sostenibili e una libreria per adulti e bambini. Sul tetto un orto botanico battezzato come il Giardino dei semplici, in cui sono piantati cento apparati radicali autoctoni.

Crediamo che l’aggregazione nel nome di interessi culturali assolva alla funzione sociale di maturazione e crescita umana e civile, attraverso l’ideale dell’educazione permanente. Per questo creiamo e ospitiamo eventi divulgativi e di formazione continua per cittadini di ogni età.

Una riflessione sul lavoro (tratta da Gancitano e Colamedici)

Tantissimi, nella storia del mondo, hanno parlato, scritto romanzi e poesie, dipinto e cantato di lavoro.

Sarebbe impossibile chiamare a raccolta tutte queste preziose perle disseminate lungo la storia, impossibile pure chiedere conto all’universo, farci raccontare ad esempio dalla natura cos’è il lavoro. Dobbiamo accontentarci di quel che si può, dello spazio e del tempo che ci vengono concessi, della capienza della nostra mente e del nostro cuore. Dobbiamo accontentarci della nostra limitatezza ma, per quanto confinati da certi limiti, possiamo scegliere di muoverci in alcune direzioni, di fare una cernita e scegliere.

Nella scelta di una visione sul lavoro che fosse stata argomentata e immersa nei nostri tempi, ho pensato subito a Maura Gancitano e Andrea Colamedici, filosofi e scrittori, ideatori del progetto Tlon (Scuola di Filosofia, Casa Editrice e Libreria Teatro Tlon).

Nel 2023 hanno pubblicato il libro “Ma chi me lo fa fare? Come il lavoro ci ha illuso: la fine dell’incantesimo” ed è dalle prime pagine di quel volume che, senza perdermi in personali argomentazioni, vorrei partire.

Qui sotto propongo la lettura di alcune pagine, per recuperare in formato digitale tutta l’anteprima del libro: https://www.google.it/books/edition/Ma_chi_me_lo_fa_fare_Come_il_lavoro_ci_h/yiOzEAAAQBAJ?hl=it&gbpv=1

VISIONE, SENSO e PROFONDO PERCHÈ

Le nostre vite sono fatte di scatole impilate le une nelle altre. Alcune di queste scatole riusciamo a riconoscerle subito, a decifrarle e a collegarle fra loro. Altre agiscono più in sordina, al di là della nostra razionalità e consapevolezza, ma hanno ugualmente un ruolo cruciale nel nostro modo di percepire ciò che ci accade.

Nelle ultime settimane ho avuto la possibilità e le occasioni giuste per riflettere molto sul mio senso e sul perché che muove le mie azioni e le mie scelte. Senza argomentare troppo ma lasciando alcuni input che ciascuno potrà elaborare o farne ciò che crede, vorrei fornire una sorta di nuvola di parole da cui potremmo farci contaminare.

La word cloud qui sotto è stata creata utilizzando questo sito.

La locandina di questa edizione e il suo significato

Per questa edizione ho cercato di riflettere ancora una volta su una locandina che fosse nuova e specifica e sul messaggio di fondo che essa avrebbe dovuto trasmettere. Ho cercato di farlo sgombrando il campo, ripulendo le aspettative, partendo da zero ma facendo anche tesoro del passato. Stavolta ho quindi pensato che fosse fondamentale trasmettere il senso e il perché di tutto questo anche alla luce dello splendido confronto che ho avuto nei giorni scorsi con le persone che animano e gestiscono Imago Plus.

Dopo aver visto le api all’interno dell’orto botanico collocato sul terrazzo della struttura, ho ragionato sull’organizzazione della vita delle api e sulla struttura dell’alveare. Dunque il concetto alla base della locandina è stato: impariamo il senso del lavoro dalle api (e dalla natura, più in generale).
Per trasmettere questo concetto, ho intersecato al centro della locandina 3 immagini: due di esse sono insiemi di esagoni che richiamano appunto la struttura dell’alveare, la terza immagine è un’ape stilizzata.

L’ape, emblema dell’operosità, è fin dai tempi antichi un insetto simbolico in miti, leggende e religioni, noto certamente già dalla preistoria per la propria utilità. Si ha notizia da pitture murali rinvenute nella Cueva de la Araña, presso Bicorp, provincia di Valencia (Spagna), che già nel periodo magdaleniano l’uomo sfruttava le api per trarne il miele. […] Essendo il miele nell’antichità l’unica fonte di zucchero, l’ape, sua produttrice, era tenuta in alta considerazione. […]
Particolarmente considerata era l’organizzazione dell’alveare, descritta con ammirazione da Plinio il Vecchio e presa a paragone per la sua laboriosità da Cicerone. L’ape era anche simbolo del coraggio, per la sua determinazione nell’attaccare gli aggressori. […]” (fonte: Wikipedia)

Le api ottimizzano gli spazi e cercano la struttura più solida per conservare e custodire il frutto del proprio lavoro. L’alveare dunque rappresenta una calzante metafora per approfondire il tema del lavoro in riferimento ai ruoli, alle funzioni di ciascuno all’interno della propria comunità, alle responsabilità e all’apporto di ognuno.

Molti esperti ritengono che sia una forma fra le più uniche realizzate dagli esseri animali.
Le celle esagonali servono a conservare il miele e a far crescere le giovani api. I favi sono fatti di cera d’api, una sostanza creata dalle api operaie. Quando la temperatura è adeguata, le api operaie secernono scaglie di cera da speciali ghiandole del loro corpo, poi masticano la cera con un po’ di miele e polline per produrre la cera d’api.
La forma esagonale è dovuta al modo in cui le api costruiscono l’alveare. Innanzitutto, le api operaie raccolgono il nettare dai fiori e lo portano nell’alveare dove diventa miele o cera. Per lavorare, devono nutrirsi di molto miele. Il miele che mangiano si trasforma in cera e passa attraverso i loro minuscoli pori che ne producono piccolissimi frammenti. A questo punto, la cera viene utilizzata per costruire i singoli favi in cui le api immagazzineranno una parte di miele e polline per l’inverno successivo. Le api operaie masticano questi pezzi di cera finché non sono abbastanza morbidi per costruire il favo. Mentre lo fanno, le api creano dei cerchi e usano il calore del loro corpo per fondere la cera e passare da una forma circolare a un esagono perfetto.
Secondo molti studi, la forma dell’esagono fa sì che le celle si incastrino come un puzzle. Le celle possono contenere le uova dell’ape regina e immagazzinare il polline e il miele che le api operaie raccolgono. Questo non sarebbe possibile se la forma fosse composta da piccoli cerchi, perché lascerebbe dei vuoti nel favo. Altre forme, come triangoli o quadrati, potrebbero essere un’alternativa. Ma la forma esagonale è la più resistente.
[…]” (fonte: beeing)

A questo link un altro interessante approfondimento sul lavoro delle api: Il lavoro di squadra? Ce lo insegnano le api.

La metafora dell’alveare in Tolstoj
Navigando nel web alla ricerca di ispirazioni, spunti e punti di riferimento per questo viaggio alla scoperta della metafora del lavoro secondo le api, mi sono imbattuta in una pagina di Guerra e pace (Libro terzo, parte terza, capitolo XX) riportata qui.

Mosca, intanto, era deserta. C’era ancora della gente, più o meno la cinquantesima parte della popolazione che ci abitava prima, ma la città era deserta. Era deserta come un’arnia che, rimasta senza regina, sta per morire.
In un’arnia senza regina non c’è più vita, ma, a uno sguardo superficiale, essa sembra viva né più né meno di tutte le altre.
Con la stessa festosità, nel caldo sole del pomeriggio, le api ronzano intorno a un’arnia senza regina, come intorno alle altre arnie vive; non meno delle altre essa odora da lontano di miele, e ne escono e vi entrano a volo le api. Ma basta osservarla con attenzione per capire che in quell’arnia ormai non c’è più vita. È diverso il modo di volare delle api; un odore, un rumore diverso colpiscono l’attenzione dell’apicultore. E quando egli batte sulla parete dell’arnia malata, invece dell’istantanea, unanime risposta di decine di migliaia di api che ronzano col posteriore minacciosamente eretto e dimenano le alucce producendo quel suono aereo, vitale, gli rispondono ronzii isolati, che sordamente riecheggiano da un punto all’altro dell’arnia vuota. Dal foro di entrata non spira più, come prima, il profumo inebriante di miele e di veleno, non ne emana più il tepore dell’affollamento, ma all’odore del miele si mescola un sentore di vuoto e di marcio. Davanti all’apertura non ci sono più le guardiane pronte a morire per difenderla, coi posteriori eretti, le guardiane che suonano l’allarme. Non c’è più quel brusio regolare e sommesso, simile al rumore dell’ebollizione, del lavoro palpitante, ma si sente il rumore disordinato e confuso del disordine. Dentro l’arnia e fuori dell’arnia escono ed entrano, volando in modo timido e furtivo, le nere, allungate api predatrici, unte di miele; non pungono, ma evitano il pericolo. Prima le api volavano dentro soltanto cariche di bottino, e ne uscivano vuote, mentre adesso volano fuori con il bottino. L’apicultore apre la saracinesca di sotto e scruta nella parte inferiore dell’arnia. Invece dei neri grappoli di pingui api ammansite dal lavoro, appese l’una alle zampette dell’altra, intente a filare la cera nell’incessante brusio del lavoro, sul fondo e sulle pareti dell’arnia gironzolano smarrite, in varie direzioni api sonnolente e rinsecchite. Invece del lindo piancito spalmato di pròpoli e spazzato dalle ali delle api, sul fondo stanno sparse briciole di cera, escrementi di api, api semimorte che muovono appena le zampette, e altre definitivamente morte che nessuno s’è curato di portar via.
L’apicultore, allora, apre la saracinesca superiore ed esamina la sommità dell’arnia. Invece delle file compatte di api che aderiscono a tutti gli intervalli dei favi e scaldano i figli, vede l’ingegnoso, complicato lavoro dei favi, ma il modo in cui si svolge non è più quello di prima. Tutto è trascurato e sporco. Le nere api depredatrici guizzano rapide e furtive in mezzo al lavoro; le api dell’arnia, rinsecchite, corte, flaccide, come invecchiate, si trascinano lentamente senza dar fastidio a nessuno, senza desiderare nulla, smarrita ormai la coscienza della vita. I fuchi, calabroni e farfalle, volando, vanno a picchiare contro le pareti dell’arnia. Qua e là fra pezzi di cera con larve morte e miele, ogni tanto si sente un rabbioso brontolio; qua e là due api, per vecchia abitudine e per istinto, tentano di pulire il fondo dell’arnia e trascinano diligentemente, con estremo sforzo, un’ape morta o un calabrone, ma non sanno neanche loro perché lo fanno. In un altro angolo altre due vecchie api si battono pigramente, o si puliscono, o si nutrono a vicenda, senza neanche sapere se lo facciano amichevolmente od ostilmente. In un terzo punto una folla di api, spingendosi a vicenda, assale qualche vittima e la colpisce e la soffoca. E l’ape indebolita o uccisa casca dall’alto nel mucchio di cadaveri leggera, lenta, come una piuma. L’apicultore rimuove i due favi centrali per guardare il nido. Invece dei neri circoli compatti di migliaia di api accucciate schiena a schiena, vigilanti sui supremi misteri della riproduzione, vede centinaia di carcasse di api avvilite, semimorte e sonnolente. Quasi tutte sono già morte senza neanche accorgersene, accucciate sul sacro tesoro che custodivano e che ormai non esiste più. Da esse emana odore di putrefazione e di morte. Solamente alcune si muovono, si alzano, fiaccamente volano e si posano sulla mano del nemico, senza la forza di pungerlo: le altre, morte, scivolano giù leggere come scaglie di pesce. L’apicultore chiude la saracinesca, fa segno con il gesso sull’arnia e, scelto il momento, la sfascia e la brucia.
Così era vuota Mosca mentre Napoleone, stanco, inquieto e accigliato, camminava avanti e indietro lungo il Kamerkolležskij Val [bastione del Collegio di Camera], in attesa di quell’esteriore, ma indispensabile osservanza del cerimoniale, ossia il presentarsi di una deputazione di moscoviti.
Nei vari angoli di Mosca, ormai, la gente continuava a muoversi e a camminare senza chiedersi il perché, senza alcun motivo, conservando le vecchie abitudini, ma senza rendersi conto di quello che faceva.

Le api sono state per noi quel che sono le nuvole: ciascuno vi ha visto quel che vi voleva vedere” (Michel de Cubières, 1792, cit. da Giovanni Damele, La città delle api, Il Foglio quotidiano, 31 maggio 2014, poi pubblicato nel blog L’alveare contento).

Il viaggio non termina qui. Anzi, siamo solo all’inizio.

Nei prossimi articoli dedicherò spazio al racconto di tutti i protagonisti e, al termine dell’incontro vero e proprio, ci sarà modo di lasciare il campo a tante altre riflessioni successive. Nel mezzo avverrà l’incontro del 12 ottobre, che è fulcro di questo percorso per me già entusiasmante.

Invito tutti ad esserci, a partecipare di persona a Bari il 12 ottobre 2024 presso Imago Plus. Ma invito anche le persone che non saranno a Bari quel giorno ad esserci ugualmente, con un pensiero, una frase, un desiderio, una parola, un suggerimento, un commento. La presenza di ciascuno conta e ci aiuta a immaginare altri modi di vedere e raccontare il lavoro e, prima di tutto, la nostra vita e il nostro senso nel mondo.

Notte del lavoro narrato: per noi il lavoro vale! Sempre!

Ricapitolando, ecco tutte le coordinate:
📌 sabato 12 ottobre 2024
⏰ ore 19.00
📍 Imago Plus: via Altamura 26, 70122 Bari
Google Maps: https://maps.app.goo.gl/f4mhB3x3MtojN8aQA

Laura Ressa

Copertina: locandina in formato orizzontale realizzata con Canva in occasione di questa edizione speciale della Notte del lavoro narrato

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti