
Professore Associato presso l’Università di Bologna, Emanuele Leonardi svolge le sue attività nell’ambito della sociologia economica. Gli interessi di ricerca sono rivolti in particolare all’ecologia politica, all’ambientalismo operaio e ai movimenti per la giustizia climatica, all’intreccio tra transizione ecologica e tecnologia digitale. Attualmente incentra la sua ricerca sui temi della Transizione Giusta, in particolare nel contesto dei progetti PRIN ‘Just Transition in the Factory’ e PRIN PNRR ‘Digital Food and Just Transition’. Suoi articoli sono ospitati in riviste quali Ecological Economics, Globalizations, Sustainability: Science, Practice and Policy, Sociologia del Lavoro, e Partecipazione e Conflitto. Per l’editore Orthotes ha pubblicato Lavoro Natura Valore. André Gorz tra marxismo e decrescita (2017) e L’era della giustizia climatica (2023 – con Paola Imperatore).
(nota biografica: https://www.unibo.it/sitoweb/emanuele.leonardi3 )
Il 26 marzo 2025 alle 18.00 in diretta sui canali Frasivolanti, Emanuele Leonardi ha parlato di transizione ecologica, giustizia climatica, economia circolare e del Festival di Letteratura working class 2025 a Campi Bisenzio, organizzato da Edizioni Alegre, Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze e Soms Insorgiamo, direzione artistica di Alberto Prunetti (il programma: https://edizionialegre.it/notizie/festival-di-letteratura-working-class-2025-il-programma/ )
Partendo dai concetti di ecologia politica e crisi ambientale, Emanuele Leonardi ha esplorato le sfide per un’ecologia politica che sia giusta dal punto di vista sociale.
Abbiamo parlato di ambientalismo operaio e del ruolo giocato dal capitalismo nella crisi ecologica, cosa si intende per transizione giusta e quali sono gli ostacoli alla sua realizzazione, cos’è l’economia circolare e quali rischi comporta il suo utilizzo retorico da parte delle istituzioni.
Al centro anche i dati, veri alleati per indagare l’impatto che le decisioni politiche hanno sulla società e sulle persone.
E poi André Gorz, decrescita e nuovi modelli di società e, non ultimo, il Festival di Letteratura Working Class e l’importanza della letteratura per far emergere le voci di chi vive (e spesso subisce) le trasformazioni economiche e sociali.
Il materiale di approfondimento sul lavoro condotto da Leonardi è infinito, ma vorrei fornire una panoramica, non esaustiva, su alcuni contenuti.
“La posta in gioco: comprendere la crisi ecologica per combatterla. La scommessa interpretativa: focalizzare l’analisi sul rapporto tra forme storiche del lavoro, dell’ambiente naturale e della valorizzazione capitalistica. È fuor di dubbio, infatti, che la quotidianità ecocida cui non riusciamo a sottrarci – sesta estinzione di massa, riscaldamento globale, inquinamento-killer – affondi le radici nell’espansionismo violento del capitale. […] Come è stato possibile che il limite ecologico si sia trasformato da vincolo allo sviluppo in profittevole opportunità di business, da puro costo per le imprese a fondamento della green economy, cioè di una nuova strategia di accumulazione capitalistica? […]” (https://scholar.google.it/citations?view_op=view_citation&hl=it&user=fVUlTccAAAAJ&citation_for_view=fVUlTccAAAAJ:RYcK_YlVTxYC )
Introduzione a Lavoro, Natura, Valore: https://effimera.org/introduzione-lavoro-natura-valore-emanuele-leonardi/
L’era della convergenza tra lavoro e clima: https://jacobinitalia.it/lera-della-convergenza-tra-lavoro-e-clima/
Da “salviamo il pianeta” a “fermiamo Big Oil”, l’evoluzione di Fridays for future: https://www.orthotes.com/wp-content/uploads/2023/10/leonardi-antonucci-ilfattoquotidiano-13-10-2023.pdf
JUST2CE A Just Transition to the Circular Economy: https://ces.uc.pt/en/investigacao/projetos-de-investigacao/projetos-financiados/just2ce
Quale ritorno? A quale terra? Note sulla finanziarizzazione del cibo: https://effimera.org/quale-ritorno-quale-terra-emanuele-leonardi/
Il sintomo-Antropocene. Parte I https://effimera.org/sintomo-antropocene-parte-emanuele-leonardi-alessandro-barbero/
Il sintomo Antropocene. Parte II – Come evadere dall’Antropocene? https://effimera.org/sintomo-antropocene-parte-ii-evadere-dallantropocene-emanuele-leonardi-alessandro-barbero/

Quella di Emanuele è stata una testimonianza densa che ha toccato transizione ecologica, giustizia climatica, economia circolare, politica europea passando poi per l’imminente Festival di letteratura Working class del 4, 5 e 6 aprile 2025 a Campi Bisenzio.
Siamo partiti da alcune domande cardine.
Quali sono le sfide per un’ecologia politica che sia giusta dal punto di vista sociale?
Il concetto di ambientalismo operaio può rappresentare una chiave di lettura alternativa alle attuali politiche ambientali?
Che ruolo gioca il capitalismo nella crisi ecologica?
Per fornire ulteriori suggestioni, vorrei soffermarmi su alcune riflessioni di Emanuele.
“[…] A mio giudizio l’ecomodernismo ha anche un altro aspetto problematico: non solo si basa sull’assunto dell’insufficiente applicazione dei modelli esistenti, ma anche su quello della presunta positività della direzione intrapresa dallo sviluppo. Capita spesso di confrontarsi in accademia con colleghi che legittimamente fanno riferimento alle posizioni ecomoderniste, e sostengono per esempio che il Protocollo di Kyoto non sia stato fino ad ora un fallimento, ma al contrario vada accelerato per farlo funzionare meglio. Spesso si dice che le politiche neoliberali di finanziarizzazione della natura sì, magari impattano sugli strati inferiori della società, ma almeno producono dei benefici ambientali a vantaggio di tutti, e invece a me e Paola [Imperatore] pare che questi presunti eco-benefici non superino l’onere della prova. Non a caso, da Kyoto in poi, le emissioni assolute sono sempre aumentate: che senso ha, allora, accelerare un processo che sta andando chiaramente nella direzione sbagliata? Il modello di Kyoto sembra funzionare a livello locale, ma si tratta ancora una volta di dinamiche di cost-shifting: in Europa le emissioni sono calate solo perché la produzione industriale più inquinante è stata delocalizzata in Asia. Su scala globale, che è l’unica che conta per vedere se le politiche climatiche stanno rispondendo come previsto oppure no, l’unica azione che ha davvero funzionato è il Protocollo di Montreal, il quale però non prevedeva l’intensificazione di meccanismi di mercato, ma la totale messa al bando di sostanze altamente inquinanti. Nessun modello di transizione energetica può funzionare se non viene posto un freno alla crescita dei fabbisogni: la ragionevolezza di cui parlavamo ci inviterebbe prima a mettere un tetto alla domanda di energia, poi a differenziare le fonti. Agli ecomodernisti bisogna controbattere che non c’è nulla da accelerare, se il modello di sviluppo che abbiamo punta nella direzione sbagliata. Quello che dobbiamo fare è cambiare rotta. […]”
(fonte: https://www.iltascabile.com/scienze/breviario-ecologia-politica/ )
“[…] La decrescita come slogan o “parola missile”, come la chiama Latouche, offre alla classe operaia un cambiamento profondo nel modo di pensare: non si può più, nell’immaginare un modo alternativo di produrre, non tenere conto che quell’alternativa deve anche includere un necessario restringimento del metabolismo sociale, cioè una riduzione dell’output produttivo del circuito economico.
Nel suo essere un movimento sociale, la decrescita dovrebbe offrire un’alleanza stabile al movimento operaio. C’è la necessità che la decrescita supporti le mobilitazioni operaie, cercando di sottolineare il loro potenziale ecologico.
Infine, la decrescita come agenda di ricerca oggi smette di essere un esercizio accademico e puramente intellettuale per diventare un’analisi del reale preziosa per il movimento operaio e per chi si occupa del rapporto tra ricerca sociale e azione sindacale. La decrescita, fin dall’inizio critica dello sviluppo sostenibile e della green economy, permette di aprire spazi di ragionamento e di mettere a fuoco il potenziale ecologico delle mobilitazioni sociali.
Riguardo al contributo del movimento operaio alla decrescita, mi trovo d’accordo con la lettura marxista classica posta con grande chiarezza da Stefania Barca nel suo articolo The Labor(s) of degrowth: il movimento operaio offre alla decrescita un soggetto politico. La tentazione, che pure era propria della decrescita dell’inizio del millennio dopo il crollo dell’Unione Sovietica, di voler parlare per la società nel suo complesso senza far riferimento a una dimensione di classe fa problema e mi sembra che l’unica possibilità razionale per realizzare la transizione ecologica sia farlo dal basso, con la classe lavoratrice al timone. Il tentativo di gestire la transizione ecologica dall’alto, unendo la logica del profitto alla logica della protezione ambientale, non può funzionare.
[…]
C’è la necessità di considerare sia l’elemento della sussistenza sia, dall’altro lato, un tema che per mobilitare la classe lavoratrice è importante, cioè quello dello sviluppo economico realizzato a partire dalla capacità delle istituzioni operaie di decidere sulle politiche industriali dei vari paesi. Il caso GKN è importante in questo senso: che un collettivo di fabbrica oggi dica di voler salvaguardare il proprio lavoro ma al tempo stesso voglia che il frutto di quel lavoro sia di utilità sociale dal punto di vista ecologico, criticando l’auto privata e chiedendo di produrre autobus elettrici, è un passaggio che va messo in evidenza. Dimostra che è possibile un piano di rivendicazione operaia industriale che metta però al centro le esigenze della riproduzione sociale. E’ anche un caso in cui il rapporto con i movimenti per la giustizia climatica è fondamentale. Un altro elemento da considerare è il rapporto tra industrializzazione e agricoltura: se da un lato, c’è una visione positiva dell’automazione dei processi produttivi controllati dal basso in quanto liberatori di tempo di lavoro che può diventare tempo di vita, dall’altro lato pare evidente che di lavoro ce ne sarà sempre di più, perché la gestione e la cura del pianeta dal punto di vista agricolo sembrano richiedere.
[…]
Non è più sufficiente soltanto dire che si sta andando troppo lentamente nella direzione desiderata. Stiamo cercando di proporre […] una carrellata di dati, tra cui il principale è quello del 1990, una data importante nella governance climatica perché è l’anno base del protocollo di Kyoto. Il punto generale è che a Kyoto veniva detto “C’è un problema di emissioni CO2 equivalenti in eccesso di origine antropica… ora, noi prendiamo atto di questo problema e proponiamo una politica pubblica e privata per farvi fronte, e poi monitoriamo per vedere se funziona oppure no”. Ebbene, dal 1990 al 2021 si è emessa più CO2 equivalente di quella emessa tra il 1950 e il 1990, e a queste condizioni ovviamente l’argomento che noi proponiamo ai movimenti e che il problema non è che noi stiamo andando troppo lentamente nella direzione desiderata.
Quindi la funzione dei movimenti, della società civile non può essere quella di accelerare il processo, perché in realtà si sta andando ad amplissime falcate nella direzione opposta a quella dichiarata come desiderata. In realtà si tratta di cambiare la direzione perché il modo in cui è stato concepito politicamente quel tipo di strumento era sbagliato alla radice in quanto partiva dalla centralità del mercato.
[…] Nei fatti si è prodotto un interesse inedito nei movimenti per la giustizia climatica per i temi classicamente legati alla questione sociale. Tutti i dati legati alle emissioni che fino al 2019 e ai grandi scioperi erano letti a partire dalle lenti dello Stato – e quindi se nella storia delle emissioni assolute il cattivo era la Cina, o la Cina e l’India, e se nella storia delle emissioni pro-capite il cattivo erano gli Stati Uniti o la Federazione Russa – quegli stessi dati invece, dal 2019 vengono letti spacchettati per classi di reddito, e quello che ne esce sono dati molto interessanti, soprattutto se rapportati a uno scenario mediano, dell’IPCC legato all’accordo di Parigi, quindi quello di limitare a 1.5° l’aumento della temperatura media del pianeta al 2100. In uno scenario di emissione egualitaria, quindi se ogni individuo dovesse emettere il suo carbon budget per arrivare a quell’obiettivo ambizioso, il 50% piu’ povero della popolazione potrebbe più che raddoppiare le proprie emissioni.
Il 40% mediano, dove di norma si situa chi abita alle nostre latitudini, dovrebbe ampiamente rivedere il proprio stile di vita, ma con dei cambiamenti che, specialmente se in presenza di politiche pubbliche efficaci nello spingere in questa direzione, non implicano assolutamente delle rivoluzioni di stili di vita. Chi invece deve estinguere il proprio modo di consumare sono il 10% più ricco e all’interno di questo 10% ovviamente il vertice, legato al famoso 1%. Concludo dicendo che se questo piano legato ai consumi è ormai abbastanza stabilito nella letteratura e piuttosto incorporato nella pratica dei movimenti, rimane aperto e ci vuole più ricerca, ma soprattutto più elaborazione politica, per andare a indagare invece il punto di vista della produzione, cioè quanto ci costringe ad emettere in eccesso il fatto che il sistema finanziario protegga e spinga il capitalismo fossile invece che produzioni anche tecnologiche in scala ridotta, decentralizzate, gestite democraticamente. Questo è un punto che secondo me bisogna indagare maggiormente ma che comunque noi proponiamo, benché in fase embrionale, nel libro.
[…] il pezzo di società che è sensibile a quell’argomento non è il pezzo di società che ci serve per fare la transizione ecologica dal basso, o meglio, serve anche quel pezzo, ma non è quello che può trainare, secondo me. Perciò faccio riferimento a due elementi. Sul piano del cambiamento climatico, l’effetto che noi vediamo, e parlo degli abitanti dell’Emilia Romagna, è una frequenza di eventi meteorologici estremi, quindi di rischio di alluvioni etc., che è incompatibile con la prosecuzione di una vita tranquilla. Una delle cose che abbiamo imparato è che ormai è molto difficile sganciarsi dalla consapevolezza che ci sia un problema legato al cambiamento climatico. Quindi il nostro problema dovrebbe essere quello di costruire su questa consapevolezza, ormai molto diffusa, un piano politico praticabile per conseguire la decrescita. Io sono convinto che la decrescita è necessaria, perché vediamo il moltiplicarsi di problemi. Ma più che giocare sul lato necessario, che io ritengo vero ma poco spendibile politicamente, secondo me il grosso sforzo deve stare nel fatto che, dentro una consapevolezza diffusa che la problematica che la decrescita pone debba essere affrontata, affinché anche le soluzioni che la decrescita propone diventino possibili, occorre ragionare in termini di desiderabilità. Il che significa allineare gli interessi delle classi popolari agli obiettivi a breve e lungo periodo della rivoluzione della decrescita. Se facciamo questo abbiamo più chances. Un elemento è dato dall’aumento della frequenza degli eventi estremi e l’altro – lo dico come abitante della Pianura Padana – la qualità dell’aria è drammaticamente pessima. Come nel mio caso, di genitore di bambine piccole, c’è il problema che questo posto è un posto insalubre nell’esperienza quotidiana dei corpi che lo abitano. E anche qui, questa consapevolezza va legata a un piano fattibile di modifica in meglio della situazione. Perché uno dei rischi è che se affianchiamo a una consapevolezza diffusa della ragionevolezza della decrescita, una consapevolezza diffusa dell’impraticabilità della decrescita, quello che otteniamo è una sorta di negativismo rancoroso. Cioè, se la persona che devi convincere e acquistare il suo consenso, da un lato ti dice: “Sì capisco, hai ragione” e dall’altro ti dice: “Io non lo posso fare, perché la mia esperienza non è compatibile con quello che mi chiedi di fare”, nel giro di poco tempo avrai questa persona che ti odia profondamente, perché tu sei quello che dice la verità ma non può rendere questa prospettiva reale. Qui si tratta di giocare bene la partita politica: io non ho la soluzione, però mi piacerebbe vedere più ragionamenti su questo piano e meno “Ah ecco avete visto quest’ultimo report ci dimostra che…” Ormai quello lo sappiamo, e anche l’esperienza delle persone lo conferma, e abbiamo una finestra di opportunità non infinita per essere gli interpreti politici di quella consapevolezza e la decrescita deve giocare quella partita lì secondo me, assieme all’eco-socialismo.”
(fonte: https://beyondgrowth.it/news/decrescita/intervista-con-emanuele-leonardi )
“[…] Cos’è la giustizia climatica?
«Questo termine suggerisce di guardare al riscaldamento globale prima di tutto come un problema di disuguaglianze. Coloro che ne sono maggiormente responsabili, infatti, sono anche quelli che meno ne subiscono le conseguenze, e viceversa. Quando il termine venne coniato, negli anni Novanta, si parlava dell’asse nord-sud di disuguaglianze tra Paesi, una visione ancora legata allo Stato-nazione. […] un impatto determinante lo hanno anche le disuguaglianze economiche all’interno dei Paesi, la questione sociale».
[…]
«Dal punto di vista dei consumi, i numeri indicano che per rimanere nell’ambizioso scenario dell’accordo di Parigi (un grado e mezzo di aumento della temperatura media al 2100), il 50% più povero della popolazione mondiale potrebbe addirittura raddoppiare le proprie emissioni. A dover rivoluzionare il proprio stile di consumo sarebbe solo il 10% più ricco della popolazione, e tra questi in particolare l’1% più ricco in assoluto. Questi numeri derivano da un famoso studio di Oxfam del 2015. Non dimentichiamo che questa incredibile sproporzione fa sì che questa minoranza si porti dietro, oltre ai consumi altamente impattanti, la responsabilità della scelta di mantenere lo sviluppo economico vincolato all’economia fossile. Ma il dato più interessante è che il 40% che resta dovrebbe sì cambiare i propri consumi, ma potrebbe essere agevolato da politiche volte a tale scopo, come per esempio, la gratuità dei mezzi di trasporto».
[…]
«[…] occorre ripensare il rapporto tra la società civile e le forze sociali che vi partecipano. Serve ad esempio maggior coinvolgimento dei sindacati, anche a livello di base, tra cui si sta diffondendo una sensibilità che potremmo tranquillamente definire ecologista».
[…]
«Invece che fare autocritica, le élite raccontano le politiche ambientali dicendo: “non stiamo facendo abbastanza, ma ci stiamo muovendo nella giusta direzione”. Si pone così il problema ineludibile di chi paga questa transizione, dato che il grande capitale continua a rifiutare di farsene carico. In questo hanno gioco gli interventi reazionari, anche se sarebbe un buon esercizio mappare le resistenze che emergono dal mondo contadino: si scoprirebbe che a volte reazionarie non lo sono affatto. Il primo errore nelle politiche ambientali è spesso ritenere che le persone siano sciocche o naturalmente anti-ecologiche, quando spesso occorrerebbe semplicemente predisporre delle politiche che facciano coincidere gli interessi degli strati popolari con quelli del pianeta. Perché tutti parlano di costose auto elettriche e nessuno di autobus elettrici? Se si continua a dire che non ci sono i soldi, va bene, ma poi non ci si deve sorprendere del malcontento».
[…]
«Con lo slogan “siamo classe dirigente”, il collettivo di fabbrica GKN vuole dimostrare che dal basso le buone idee sono già germogliate. Il problema è che chi investe ha un ritardo culturale enorme, che ormai è troppo generoso chiamare ignoranza e non dolo. Noi siamo convinti che con il fallimento della promessa della Green Economy si riapra una partita, che va giocata politicamente, che vede protagonista la parte bassa del conflitto tra capitale e lavoro, in una prospettiva ecologica basata sulla riduzione delle disuguaglianze. Un gruppo sociale che non ha avuto finora possibilità di esprimere un pensiero ecologico».”
(fonte: https://www.iltquotidiano.it/articoli/giustizia-climatica-e-giustizia-sociale-leonardi-i-ricchi-sono-i-primi-responsabili-delle-emissioni/ )
Ulteriori approfondimenti:
Introduzione di Emanuele Leonardi al testo di André Gorz, Ecologia e libertà https://effimera.org/wp-content/uploads/2016/02/Leonardi_Gorz.Ecologia-e-liberta%CC%80.2015.def_.1.pdf
La metamorfosi della giustizia climatica https://www.condirsi.it/cene/la-metamorfosi-della-giustizia-climatica/
Emanuele Leonardi: Working-class environmentalism and climate justice https://www.youtube.com/watch?v=sheBPRPrTdA
Emanuele Leonardi | La metamorfosi della giustizia climatica https://www.youtube.com/watch?v=32vRzE0w1Ik
Ambientalismo operaio e giustizia climatica https://moodle2.units.it/pluginfile.php/716811/mod_resource/content/1/STTRE_15_lezione%20Emanuele%20Leonardi.pdf
Transizione giusta contro le disuguaglianze https://www.edizioniunicopli.it/wp-content/uploads/2024/08/clima-diseguale-introduzione-1.pdf
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Emanuele Leonardi; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Emanuele Leonardi in questo dialogo ha fornito una panoramica fitta di spunti sui quali dobbiamo continuare il nostro percorso di conoscenza e su cui basare le azioni che ci possono rendere davvero consapevoli del presente e costruttori partecipi di un futuro degno di questo nome.
Mi piace spesso citare una frase tratta da una canzone: “la terra che ci ospita comunque è l’ultima a decidere”. In effetti lo stiamo verificando e vedendo tragicamente con i nostri occhi nel quotidiano. La terra che ci ospita mostra semplicemente gli effetti nefasti di scelte umane assurde e di programmi politici scellerati, di condotte (anche personali oltre che collettive) che guardano solo al breve termine o all’interesse personale del qui e ora anziché guardare in prospettiva al mondo che lasciamo a chi verrà dopo di noi.
Mi piace molto il taglio, da studioso ricercatore ma anche da cittadino e persona che abita questa terra, che Emanuele adotta quando parla dei temi al centro dei suoi interessi e della sua professione. Racconta e delinea scenari sui quali è importante avere un quadro scientifico chiaro ma è anche indispensabile saper ragionare per prove ed errori, per riuscire a imparare appunto dagli errori commessi sui temi ambientali e capire dove e come provare a correggere le nostre azioni, le nostre scelte. Guai a considerare i progetti attuati (e dimostratisi fallimentari) come dogmi incrollabili dai quali non schiodarsi mai. Guai anche a considerare dogmatiche le proposte attuali o future. Siamo immersi in un costante divenire e solo ragionando, comprendendo le varie prospettive e ascoltando i segnali che le persone e la natura ci offrono, possiamo strutturare progetti e azioni per vivere in un equilibrio reale che ci faccia raggiungere obiettivi personali senza però calpestare nulla e nessuno. Tutto questa rientra in un’ottica di comunità, di collettività, che non dobbiamo dimenticare. E in questa ottica le lotte e i movimenti di ambientalismo operaio sono un’ottima opportunità per cercare di fare ognuno la propria parte, per vivere anche il lavoro come un’attività che non deve offrire solo sostentamento ma che deve anche avere una connotazione e una utilità sociale, nel rispetto dell’ambiente e della salute delle persone. A proposito di salute non possiamo dimenticare, ad esempio, la tragedia che si compie continuamente in Italia e che riguarda il numero di morti sul lavoro, le cosiddette morti bianche di cui alla comunicazione mainstream non importa nulla.
Un momento di riflessione sull’ambientalismo operaio e sulle proposte di cambiamento, sarà rappresentato dal Festival di letteratura working class – 2025 che si svolgerà il 4, 5 e 6 aprile a Campi Bisenzio.
Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze, Edizioni Alegre e Insorgiamo con i lavoratori GKN sono organizzatori di questo festival e rappresentano alcune delle realtà più attive oggi per la promozione di pratiche nuove che portino ad un cambio di rotta positivo.
Cogliendo questa occasione, vorrei aggiungere una ulteriore domanda per Emanuele:
Se dovessi consigliare un libro, un autore, una storia in particolare per comprendere le dinamiche esistenti tra ambiente, lavoro e politica, quale sceglieresti? Quale opera ha avuto maggiore influenza su di te come persona e come studioso? (considerando sia tutto lo scibile della letteratura, sia le opere che saranno approfondite e presentate durante il Festival di Campi Bisenzio)
Ecco la risposta di Emanuele:
Parto con tre libri della collana Working Class di Edizioni Alegre (diretta da Alberto Prunetti):
– “Figlia di una vestaglia blu”, di Simona Baldanzi;
– “Tuta blu”, di Tommaso Di Ciaula;
– “Malesangue”, di Raffaele Cataldi.
Altri due titoli che mi sento di consigliare:
– “Ducks”, di Kate Beaton (Bao Publishing);
– “Diluvio”, di Stephen Markley (Einaudi editore).
Grazie, Emanuele!
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
