INTRODUZIONE E SALUTI

Bentrovate e bentrovati. Sono Antonella Desantis e ringrazio Laura Ressa per questo invito.

Auguri al blog Frasivolanti per questi dieci anni di condivisione e di analisi delle situazioni e delle dinamiche del mondo del lavoro, del sociale, dell’immigrazione e di molto altro. Complimenti a Laura Ressa per la sua voce forte e inarrestabile, che ha dato spazio e parole a complessità e difficoltà che troppo spesso restano ignorate e fuori dal dibattito pubblico.

ARGOMENTO SPEECH

In questa notte del lavoro narrato, parto da un ricordo della mia infanzia.

Avevo cinque anni e, su un muro vicino casa, c’era una scritta a caratteri cubitali, in nero, che all’epoca non sapevo leggere. Ero però molto curiosa. Non chiesi nemmeno ai miei genitori di leggermela. Quando imparai a leggere, scoprii il mistero di quella frase. Accanto al simbolo di Democrazia Proletaria — cosa che compresi molto tempo dopo — c’era scritto: “Lavoro = merda”.

Erano gli anni Settanta, la fine degli anni Settanta. Perché iniziare da qui? Perché a quella frase ho ripensato spesso, negli anni in cui ho lavorato.

Merda quando ho avuto un lavoro povero, che non mi ha permesso di essere indipendente.

Merda quando ho faticato a trovare o cambiare lavoro.

Merda quando, pur impegnandomi, facendo sacrifici e lavorando sodo — diventando da flessibile a completamente disponibile — non ho ricevuto in cambio un contratto dignitoso e migliore.

Merda quando, nonostante i quarant’anni e anni di esperienza, venivo ancora chiamata “junior”.

Ho lavorato come consulente nello sviluppo delle risorse umane, come formatrice e orientatrice, supportando giovani e adulti nella ricerca di lavoro: immigrati, donne ospiti di case famiglia, giovani nel servizio civile e nell’obbligo formativo. Ho collaborato con i servizi sociali di diversi comuni nell’ambito delle misure di sostegno al reddito e inclusione sociale. Da queste esperienze ho imparato molto, e continuo a imparare. Aver vissuto sulla mia pelle — e continuare a vivere — la precarietà lavorativa mi permette di sentirmi vicina a chi accompagno nella ricerca di un lavoro.

Se dovessi riassumere il mio lavoro in una frase, direi: “Ascoltare ed essere di supporto alle persone.” Ascoltare significa farlo in modo strutturato, attivo e profondo. Essere di supporto significa evitare di giudicare, interpretare o contaminare l’ascolto con i propri pensieri e pregiudizi. Significa anche scoprire che spesso le persone ignorano o danno per scontate le proprie competenze. Ho seguito un vero e proprio addestramento per osservare, ascoltare e leggere anche il non detto; per verificare la coerenza tra parole e linguaggio del corpo.

Il mio compito è anche quello di porre domande che possano fare la differenza. Ascoltare e osservare significa guardare le persone per vederle davvero. Significa mettere a tacere ciò che penso io, e ciò che la “scimmia della mia mente” crede di sapere. Significa fare spazio dentro di me, creare silenzio per accogliere l’alterità dell’altro. Significa cogliere i micro-segnali della comunicazione e verificarli con attenzione. Significa invitare chi ho di fronte a riflettere su ciò che dice — e su ciò che non dice — sempre con rispetto e sensibilità. Non significa invadere la vita privata. A volte le persone condividono aspetti molto personali: in quei casi, metto un confine. La vita privata va rispettata. Non si deve curiosare né porre domande inopportune. Nel mio lavoro, ascoltare e osservare significa fare spazio alla voce dell’altro, per comprendere cosa desidera davvero e verso quale direzione vuole andare. Significa anche comprendere cosa non vuole e quale direzione preferisce evitare.

C’è una domanda che pongo spesso: “Cosa ti fa brillare gli occhi?”

Non è importante che io conosca la risposta. È importante che la conoscano le persone a cui la rivolgo.

È utile porsi questa domanda durante un colloquio, nella scrittura di un curriculum o nella ricerca di lavoro? Non sempre ciò che ci fa brillare gli occhi diventa un lavoro, è vero. Ma anche nel lavoro — o nella ricerca di esso — è fondamentale che ci siano elementi che ci piacciono, che ci appartengono, che illuminano il nostro sguardo. La direzione non può essere solo il dovere: deve includere anche il piacere. Di persone che vivono come zombie in attesa dello stipendio ce ne sono già troppe.

Certo, bisogna guadagnarsi il pane. Ma a quale prezzo? La parola “lavoro” deriva dal latino labor, che significa fatica, sforzo. La sofferenza è inscritta nella sua origine. Eppure ho sempre creduto che il lavoro potesse essere qualcosa di diverso. Dovrebbe essere gratificante, significativo, un’occasione di apprendimento, condivisione e confronto. In parte lo è. Ma in gran parte è sacrificio: di energie, tempo, spazio, relazioni, desideri.

Il tempo che dedichiamo al lavoro occupa una porzione enorme della nostra vita, spesso a scapito del tempo per noi stessi. Il lavoro oggi è soprattutto performance, produttività, risultati. Risultati stabiliti da altri, spesso scollegati dalle reali condizioni: risorse, tempi, contesto, complessità umana e cambiamenti.

A chi lavora si chiede tutto: presenza, puntualità, affidabilità, flessibilità, adattamento continuo, competenze tecniche e trasversali — molto spesso senza un adeguato riconoscimento economico e contrattuale. Il problema oggi è sistemico: precarietà, incertezza, salari bassi, contratti fragili, tutele insufficienti. Tutto questo produce ed esercita una forma diffusa e strutturale di violenza sociale ed economica.

Un lavoro povero, tossico o assente non è una colpa individuale, ma il risultato di un sistema economico e politico (Capitalista) che non redistribuisce equamente la ricchezza. La retorica del lavoro come fonte di dignità è una costruzione culturale. La dignità umana è a prescindere, non è una conquista condizionata.

CONCLUSIONE E SALUTI

Concludo con una provocazione: una mozione contro il lavoro così come lo conosciamo.

Vorrei un mondo in cui tutte e tutti abbiano di che vivere, e in cui lavorare sia una scelta libera. Sarebbe interessante vedere che tipo di società nascerebbe. Il lavoro mi ha dato molto: incontri, umanità, lezioni preziose. Mi ha fatto conoscere fragilità, coraggio e forza. Mi ha dato relazioni, amicizie, crescita. Ma mi ha anche tolto molto: tempo, spazio, serenità. Mi ha dato frustrazione, ansia, umiliazione, tanta stanchezza fisica e mentale.

Lavorare solo per sopravvivere, essere fagocitati dal tempo del lavoro (dalle ore del lavoro, dalle ore degli spostamenti per andare e tornare dal lavoro), sentirsi produttivi e svuotati allo stesso tempo, è una forma di schiavitù. Sono anche io dentro questa forma di schiavitù. Accettare condizioni lavorative pessime pur di lavorare significa riconoscere che quella scritta vista a cinque anni non era solo il riflesso di un’epoca, ma anche una profezia.

Eppure continuo a pormi — e a porre — la domanda: Cosa mi fa brillare gli occhi?

In quali condizioni posso fiorire come essere umano? Quale lavoro mi permette di stare bene? In una società che chiama “risorse umane” gli esseri umani e li consuma, posso ancora trovare uno spazio — dentro e fuori di me — per vivere il lavoro in modo pieno, dignitoso e, anche felice?

[Testo di Antonella Desantis]


Ho voluto riportare integralmente qui sul blog il testo che Antonella Desantis ha scritto e letto per il suo intervento durante la Notte del Lavoro Narrato 2026.

Di seguito lascio anche una versione stampabile in pdf, perché credo che un testo del genere vada stampato e possibilmente affisso nei propri luoghi di lavoro e di vita. Per ricordarci che siamo prima di tutto esseri umani.

Nutro affetto e stima smisurati per Antonella Desantis che è stata mia collega, prima, e oggi amica. Una voce lucida appartenente ad una generazione che continua a dare spesso il peggio di sè in questa società, specialmente in Italia. Eppure, nonostante la sua generazione rappresenti un pessimo esempio, Antonella è riuscita a sviluppare nella sua vita carattere e identità senza uniformarsi a quella corrente. Ha sviluppato una voce netta e chiara che emerge in tutto quel che dice e in quel che fa, senza aver bisogno delle scorciatoie che invece la maggioranza delle persone utilizza.

Ho fatto molti errori di valutazione nella conoscenza dell’altro, e continuo a farne. Ho troppo spesso valutato positivamente individui che, all’atto pratico, hanno dimostrato la loro vera natura opposta.

Con Antonella invece mi sento sempre come di fronte a uno specchio. Ci comprendiamo, spesso prima ancora di parlare, ci confrontiamo con la stessa spontaneità dell’atto di respirare, senza giudizio e senza pretesa. Entrambe rifuggiamo gli orpelli delle sovrastrutture e parliamo e agiamo cercando di dare peso e sostanza a ogni cosa. Certo, chiunque potrebbe affermare di sperimentare le stesse cose: anche chi compie le più becere azioni verso il prossimo potrebbe asserire le stesse belle parole. E molti difatti lo fanno.

Ma questo testo a margine non vuole essere uno sterile elogio. Con queste parole non ambisco ad aprire gli occhi a chi non può o non vuole, ma solo sottolineare la fortuna che abbiamo quando scegliamo che non ce ne frega niente del giudizio del benpensante, che non ce ne frega niente di diventare yes-men o yes-women, di fare questo o quel favore per avere qualcosa in cambio, di usare le persone come oggetti o come merce di scambio, di accumulare più denaro o avere case più belle (in cui magari nemmeno ci viviamo).

E da questa fortuna deriva l’intento di essere chi siamo anche quando il mondo ci istiga a rinnegare noi stessi per 1 euro in più, per un favore in più, per una “conoscenza che conta” in più. Con la certezza che la nostra vita potrebbe terminare anche adesso o domani, ma con il cuore mai in debito di dignità umana verso noi stessi e verso gli altri.

Laura

Copertina: immagine creata con l’intelligenza artificiale usando come prompt la frase “Cosa ti fa brillare gli occhi?”

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti