Può bastare un viaggio per cambiare il modo di ascoltare lo scorrere del tempo.

Mi sveglia tardi quella mattina. Salii sul treno Torino-Parigi pochissimi istanti prima che partisse. Il tram che doveva portarmi in stazione procedeva più lento del solito e Falchera distava chilometri dalla stazione Torino Porta Susa.

Saltai sul mio vagone e dopo pochi istanti le porte si chiusero automaticamente alle mie spalle, segnando un confine che tranciava in due i miei concetti di tempo e spazio. Un confine che si consumò in pochi istanti e sancì il dentro e il fuori da un luogo, il dentro e il fuori da un capitolo.

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Lasciarsi le porte alle spalle può voler dire trovarsi dentro o fuori da un vagone, essere riusciti a prendere il treno o averlo perso e dover aspettare il successivo.
La metafora del transitare torna spesso a ricordarci che certi treni non ci aspettano e non tollerano ritardi. Non rallentano solo per noi o perché la sveglia non ha suonato, non ci danno attenuanti e non ci aspettano. Sta a noi decidere se saltarci su.
Possiamo farci trovare pronti al fischio, con la nostra scelta sulle spalle come fosse uno zaino, oppure imboccare una strada differente e dirigerci verso un altro binario.

Gli istanti sono decisivi, racchiusi in una bolla di cristallo che non possiamo maneggiare se non con estrema cura, calma, delicatezza. Avremo colto il nostro treno muovendoci in tempo per salirci su?

Il treno è la chance di attraversare il confine e nel viaggio c’è tutta la fatica del transitare verso un altrove, c’è il desiderio di cambiare. Ma non di cambiare fuori come si fa con gli abiti al cambio di stagione.
Questo lo sappiamo bene e chi ha viaggiato tanto e ha vissuto fuori per un po’ ci racconta spesso che andare via è l’essenza del mutamento, essenza di quel cambiamento che può avvenire solo se abbandoni la zona di comfort per osservarti a distanza come da un cannocchiale.

Il viaggio che intrapresi da sola mi ha insegnato molto sulle mie zone di comfort, ma mi ha suggerito soprattutto quanto sia difficile saperle guardare. Spesso neanche i viaggi ti fanno capire fino in fondo quanto sia profondo lo spazio che ancora hai da esplorare.
Nel viaggio si è più aperti al rischio, si cerca di fuggire da una gabbia che ci rende schiavi di abitudini e timori, schiavi di affetto e certezze sulle quali ci poggiamo come sui cuscini.
Se non proviamo a uscire dalla zona sicura, non capiamo neanche se sia possibile proseguire la strada. Se non proviamo a sganciarci, restiamo abbarbicati alla convinzione che tutto debba essere come prima: comprese le persone, compresi noi stessi, comprese le vie che potremmo attraversare.
Se non poggiamo il passo sul confine, non accettiamo nemmeno il fatto che il mondo attorno cambi e che questo sia un bene. Il mutamento è un passaggio di stato, in quel passaggio nulla resta fedele a ciò che c’era prima e ciò che non progredisce resta fisso nell’immagine cristallizzata di un passato che non esiste.

A Parigi ho capito che cristallizzarsi nel passato fa sprecare energie, fa apparire le cose soltanto nel modo in cui vuoi vederle.

Il mio treno per me fece una scelta, partì dopo aver atteso l’ultimo istante del mio passo lento.
Nei miei 5 giorni in solitaria, da turista ben omologata, non ebbi timore di girovagare a tarda sera sotto la pioggia battente e neanche di restare intrappolata nel cimitero del Père-Lachaise pur di individuare la tomba di Jim Morrison. Difficile immaginare di poter fare anche le cose più scontate, se non ci provi davvero. Dalla banchina, in attesa del treno, tutto ti sembra facile e ogni luogo sembra essere a un tiro di schioppo dalla tua portata.

In quella occasione non ebbi paura di perdermi: alcuni romantici direbbero che perdersi equivale a ritrovarsi ma non sono così poetica e credo che in certi luoghi, se non fosse per la scelta di acquistare un biglietto per raggiungerli, ti ci ritrovi senza preventivarlo. Accade qualcosa e la sua conseguenza è un altro confine da scavalcare, una sveglia da far suonare in tempo.
C’è chi la chiama serendipity, più spesso si tratta di tempismo: il tentativo di fare ciò che per te è giusto in uno spazio che assume le tue sembianze e segue un passo che batte più veloce del tuo.

Saltar fuori da se stessi è sperimentare un’incoscienza primordiale, e mentre lo fai quella azione è la più facile che esista. Somiglia al primo vagito che emetti quando nasci, un traguardo cruciale di cui non hai traccia in memoria. Di quel momento non ti resta nulla se non i racconti di tua madre e il fatto di esser nato.

Per i salti nel buio vale lo stesso principio: li compi senza rendertene conto, a mente bendata.
Ti lanci e basta. E può accadere che lanciarsi divenga per te l’azione più naturale da compiere, anche se non sai dove i piedi andranno a cadere dopo il balzo.

Laura Ressa

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Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea