In questa intervista c’è per me tutto quello che si può narrare e capire sul viaggio e sulle sue ricadute nel nostro essere. Mentre la rileggo mi compare nella testa un grande brainstorming di parole che si accavallano a cascata: porti sicuri e luoghi sconosciuti, incertezza del dopo e ricerca di leggerezza, bagagli personali da riempire e volti familiari da riabbracciare. E mi rendo conto che questo vortice di parole è impossibile da contenere in uno schema o in un titolo, è difficile contare quante siano le parole che lo compongono.
Il viaggio che Simone Seri mi ha raccontato in queste righe, con immagini da lui scattate a corredo del racconto, è l’avventura di un nomade che vede nel proprio camminare in mezzo agli altri la più bella via per dare un senso al fatto di essere venuto al mondo.
Questa storia è anche quella di un bambino, il Simone di qualche anno fa, che vuole partire per trovare il cartello “Fin del mundo” visto per caso nelle diapositive di un amico.
Ora che Simone sta attraversando il Sud America zaino in spalla, mi chiedo cosa farà dopo. Mi chiedo se si fermerà, se continuerà e dove, se un giorno troverà la sua fine del mondo in cui affiggere il cartello “Adesso ho finito” oppure avrà un bagaglio personale ancora capiente da riempire di cose da portare con sé, di persone nuove, di modi di vivere diversi che attraversano il suo come le acque dei fiumi che scorrono sotto le imbarcazioni e ne influenzano in qualche modo il passaggio e la rotta.

Questa è la storia di Simone Seri. Ma può essere anche la nostra storia.
Sedetevi, riposatevi per qualche minuto, poggiate il vostro zaino e apritelo: Simone sta per metterci dentro anche un pezzo del suo bagaglio.


1)  L’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso (Anne Carson)

La tua storia mi ha incuriosito molto. L’ho scoperta casualmente dalle parole di una mia collega a dimostrazione del fatto che il lavoro è contaminazione di ispirazioni.
Ho cercato, per quanto possibile, di fare mio quel poco che so della tua storia in modo da chiederti poi la tua versione.
Per cominciare mi piacerebbe sapere cosa rappresenta per te il lavoro, quali valori ti ha lasciato in questi anni e in che modo il lavoro e i colleghi hanno cambiato la tua vita.

Il lavoro ha reso possibile l’esperienza che sto facendo da un punto di vista materiale, perché i soldi guadagnati e risparmiati sono stati decisivi. Ma anche perché lavorando in un certo ambiente ho maturato sempre più, per contrasto, il desiderio di vivere diversamente. Pur senza voler fuggire, ci tengo a dirlo.

Ho sempre pensato al lavoro come lo strumento per rendermi indipendente, per “salpare” dal porto sicuro della mia famiglia. Durante gli anni dell’università cercavo sempre di tirar su qualche soldo: davo ripetizioni, gestivo la comunicazione di una squadra di pallacanestro di serie B, così da permettermi di uscire durante la settimana, andare in vacanza e così via.

In seguito ho sempre svolto ruoli di relazione. Sempre a contatto con clienti, imprenditori e dirigenti cui spiegare e vendere una proposta, un sito Internet, una consulenza, un software. Questo tipo di attività presuppone sempre un dietro le quinte determinato dalla relazione con i colleghi, per lo più creativi e tecnici, non sempre abituati al contatto diretto col cliente, concentrati sulla propria opera e solitamente propensi a proteggerla, a difenderla.

Quel che ho imparato, spero, è il rispetto del lavoro altrui, l’ascolto e la mediazione. Comprendere diversi punti di vista, assumere prospettive differenti e individuare uno spazio comune, anche se angusto.
Delle persone che negli anni hanno creduto in me ricordo in particolare la determinazione di uno e la finissima capacità di ascolto di un altro, che mi insegnava a leggere le reazioni del mio interlocutore.

Anche al di fuori del mio contesto lavorativo ho incontrato degli esempi. Un falegname mi disse che dalla sua bottega non poteva uscire un lavoro che non fosse fatto “a mestiere”. Questa etica fa la differenza in ogni ambito della nostra vita, individuale e collettiva.

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Un gaucho si prende cura del suo cavallo nel Parco di Torres del Paine (Cile)

 

2)  Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perchè. I loro desideri hanno le forme delle nuvole (Charles Baudelaire)

Ad un tratto della tua vita sei passato dal ruolo di Senior Account presso una multinazionale a quello di “Nomade” (come tu stesso ti definisci su LinkedIn) in Sud America.
Perché hai scelto di diventare nomade? Quali istinto o richiamo hai sentito prima di compiere questa scelta che ti ha traghettato dal lavoro al viaggio?

Da sempre vivo due grandi tensioni. Restare e partire.

A 27 anni avevo una casa mia, sette anni dopo lasciavo l’Italia per l’Irlanda, altri sette (coincidenze?) e ho lasciato Dublino senza sapere dove mi stabilirò alla fine di questo viaggio. Senza sapere neanche se mi stabilirò.
Mi piace pensarmi e sentirmi agile, leggero, senza zavorre, come una barca a vela che scivola sull’acqua spinta solo dal vento.

Eppure per me “casa” è una parola decisiva, fondamentale. Significa abitudini confortanti, spazi privatissimi, l’andirivieni di persone per me importanti. Del resto, ogni barca ha bisogno di un approdo sicuro.
Non posso pensare di rinunciare a lungo a paesaggi, situazioni e persone che mi sorprendano, ovunque siano: “Partire e basta”. Allo stesso tempo solo una casa può darmi il conforto di cui ho bisogno.
Ci sono sempre state case importanti nella mia vita: quella dove sono cresciuto e dove vivono i miei genitori, quella del compagno di scuola la cui mamma accoglieva tutti come in un porto di mare, quella degli amici dove si pranzava senza bisogno dell’invito o dove trovai riparo in un momento difficile.

Spero che anche casa mia sia stata un luogo significativo, per qualcuno.

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Un’abitazione nella cittadina di Puerto Natales (Patagonia Cilena)

 

3)  Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni (Fernando Pessoa)

Cosa del passaggio da dipendente di una grande azienda a nomade ti ha cambiato la prospettiva sulla tua vita (se l’ha cambiata)? Perché hai scelto il Sud America come meta?

Immaginavo che in Sud America avrei trovato una cultura e una socialità più comprensibili per me e quindi un’interazione più profonda. La lingua spagnola era una facilitazione e un’opportunità: la capivo prima di partire e la parlo decentemente ora, e poter fare domande, poter conversare con chiunque è bellissimo.

Tutte le esperienze di viaggio hanno cambiato la mia prospettiva sulla vita, non solo questa.
Ho visto povertà estrema e comprendo il mio privilegio: sono grato ai miei genitori.

Rimango impressionato dall’informalità della vita comune, in Sud America e non solo: in strada si può mangiare qualsiasi cosa, farsi riparare l’orologio, comprare un corso di matematica. La rete di trasporti, locale e a lunga percorrenza, è capillare ed efficiente e senza che esista una tabella oraria né una palina a segnare una fermata.
Eppure le cose funzionano, vanno avanti, la vita scorre, è incredibile.

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In strada, una donna vende churros e dà da mangiare al suo bambino (Cusco, Perù)

 

4)  Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove (Pino Cacucci)

Che rapporto hai con le tue radici e che tipo di idea hai del viaggio? Sei sempre stato abituato a viaggiare molto e a scoprire mondi nuovi o è una passione nata più tardi e scaturita in seguito a esigenze particolari?

Le radici rimangono, sono il mio patrimonio culturale e valoriale, una memoria che si arricchisce di continuo e che rinnovo per contrasto, per comparazione con il nuovo che vivo.
Definirmi come italiano, romano, come figlio è sempre difficile, ma oggi meno di prima, grazie all’esperienza.

Le gambe, i piedi, sono un privilegio. Fin da piccolo ho sofferto la sedia, per me stare seduto era una tortura. In questi mesi le emozioni più forti le ho provate camminando e, più in astratto, è un privilegio potersi muovere nello spazio. Un privilegio scontato per me, un’esigenza disperata di intere popolazioni ma sempre più ostacolata e negata.

Quando ero piccolo la mia famiglia cambiava luogo di villeggiatura ogni anno, quando sono diventato adulto le vacanze per me sono sempre state la scoperta di un posto nuovo. Trasferirmi a Dublino ha significato, da questo punto di vista, imparare l’inglese e poter fare esperienze di viaggio molto più appaganti.

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Quella che dovrebbe essere una scuola. Punta Gallinas (Deserto de La Guajira, Caribe Colombiano)

 

5)  Le città sono sempre state come le persone, esse mostrano le loro diverse personalità al viaggiatore. A seconda della città e del viaggiatore, può scoccare un amore reciproco, o un’antipatia, un’amicizia o inimicizia. Solo attraverso i viaggi possiamo sapere dove c’è qualcosa che ci appartiene oppure no, dove siamo amati e dove siamo rifiutati (Roman Payne)

Trovi analogie tra i luoghi che visiti per svago e i luoghi che hai dovuto visitare per lavoro? La tua esperienza professionale e personale ti ha portato sicuramente a confrontarti con molte persone provenienti da paesi e culture profondamente diversi. Questa diversità culturale con cui hai avuto e hai a che fare cosa ti ha donato?

Dublino è stata un’opportunità straordinaria. Avevo una città e un ufficio internazionali da una parte, e continui viaggi in Italia per incontrare i miei compaesani, clienti acquisiti e potenziali dall’altra. Di nuovo, il porto e il viaggio, restare e partire.

Le interazioni in ufficio sono spesso veloci e quindi abbastanza superficiali, ma è possibile comprendere alcune cose. Si lavora molto al telefono, ma dove sedevo con italiani, spagnoli e portoghesi era una bolgia, mentre gli irlandesi sembravano muovere la bocca senza fiatare.

Più di tutto mi colpiva il diverso livello di la partecipazione durante i momenti condivisi e i “riti” tipici della grande impresa USA. Gli Statunitensi sono coinvolti ed entusiasti, noi Europei latini invece siamo più distaccati, scettici addirittura.

Più intensa è stata l’esperienza delle trasferte nel mio Paese, a contatto con la proverbiale “piccola media impresa”: l’imprenditore-padrone, l’avvicendarsi delle generazioni alla guida di un’attività familiare, la doppia dimensione della provincia (la casa) e della competizione internazionale (il viaggio).
Se ho capito qualcosa del mio Paese, dell’Italia profonda, l’ho fatto negli anni vissuti all’estero.

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Navigazione tra i fiordi Cileni, da Puerto Natales a Puerto Eden

 

6)  È ben difficile, in geografia come in morale, capire il mondo senza uscire di casa propria (Voltaire)

Trovo questa citazione di Voltaire molto vera e molto in contrasto con l’appartenenza geografica alla quale spesso rischiamo di avvinghiarci con forza. Credo che apparteniamo davvero solo a noi stessi e possiamo incontrare il mondo e gli altri con la leggerezza e l’attenzione che dovremmo avere leggendo un libro, guardando un dipinto, ascoltando una musica.

Con quale spirito ti approcci alle novità? Sei d’accordo con Voltaire quando dice che è difficile capire il mondo senza uscire di casa?

Tutto ciò che è nuovo è un arricchimento in sé, ma permette anche di lavorare sul bagaglio personale e sulle radici. Credo che solo per comparazione e contrasto possiamo capire meglio cosa ci portiamo dietro.

Sono nato e cresciuto a Roma, ci sono tornato continuamente in questi anni e adesso la città attraversa un periodo difficilissimo. Ma ora che ho visto cosa è riuscita a diventare Medellin, un tempo una delle città più pericolose del mondo, riesco a definire un po’ meglio quello che ci manca: un autentico orgoglio per ciò che possediamo. E possediamo tantissimo!

Credo di essere molto curioso. Le novità sono linfa, aria, la naturale integrazione alle abitudini, che pur sono necessarie.
Se ci priviamo delle novità, finiamo per scolorire senza accorgercene, neghiamo il diverso, facciamo le barricate. E invece confrontarci con nuove persone, mettere in discussione le nostre idee e contaminarle, cambiare abitudini e gusti, dovrebbero essere esercizi quotidiani.

Alla pratica di avvicinare l’altro come un quadro, ne propongo una più corporea, viscerale: dobbiamo avere la curiosità e il coraggio di toccare l’altro, di farlo diventare parte di noi.
Mangiare di tutto, assaggiare prima di sapere cosa ci viene offerto.
Ecco, partiamo da questo.

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Simone: Ho chiesto timidamente di poter scattare una foto. Mi hanno perfino offerto il caffè. (Rincon del Mar, Caribe Colombiano)

 

7)  Non si considerava un turista bensì un viaggiatore, e spiegava che si tratta in parte di una differenza temporale. Dopo poche settimane, o pochi mesi, il turista si affretta a tornare a casa; il viaggiatore, che non appartiene ad alcun luogo in particolare, si sposta lentamente da un punto all’altro della terra, per anni (Paul Bowles)

Tu non ti definisci né turista né viaggiatore, ma nomade. Ti sarai sicuramente imbattuto in turisti o viaggiatori: quali differenze ci sono secondo te e quale tipo di viaggio prediligi?

Tutto quello che posseggo, oltre ai due zaini con cui viaggio, è stipata in poche scatole nel garage dei miei genitori. Alla fine di questo viaggio non so assolutamente dove andrò e per un po’ potrei alternarmi in luoghi diversi a seconda della stagione.
Ecco perché ho scelto la parola “nomade” per definirmi.

Distinguere i termini “turista” e “viaggiatore” credo sia più un discorso di profondità che temporale. Penso che viaggiare sia un’esperienza basata sulla relazione e sulla comprensione.
Un turista visita luoghi e riporta a casa dei ricordi come foto o souvenir, un viaggiatore osserva le cose per capirle e si avvicina alle persone per conoscerle, che siano altri viaggiatori o autoctoni.

Certo il tempo aiuta ad andare in profondità, ma nella mia visione è l’intenzione del viaggiatore a divergere da quella del turista.

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La vita di ogni giorno sull’Isola di Amantanì (Lago Titicaca, Perù)

 

8)  Di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda (Italo Calvino)

Quale domanda poni ai luoghi che visiti e quale risposta hai ottenuto?

Ero bambino e un amico di famiglia che viaggiava in tutto il mondo per lavoro ci mostrava delle diapositive, d’estate, nel suo giardino. Fui affascinato, fui letteralmente rapito dall’immagine del cartello “Fin del mundo” che si trova a Ushuaia, nella provincia Argentina della Tierra del Fuego. Pensai che un giorno sarei andato lì, a vedere quel cartello e scoprire come si vive alla fine del mondo.

Questo mi chiedo: com’è la vita di tutti i giorni lì? Cosa fa la gente per vivere? Dove trova riparo? Come si sposta? Perché non ti guardano in faccia?

E i bambini dove giocano? A cosa? Vanno a scuola? Come ci arrivano?

A me piace mangiare e mi chiedo: cosa mangiano queste persone? E dove: in strada o in casa?

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Bambini giocano in strada a Iquitos (Amazzonia Peruviana)

 

9)  Se fai un viaggio lungo sia leggero il tuo bagaglio: sarai meno stanco e più disposto ad accogliere ciò che ti sarà donato ogni nuovo giorno (Ezio Bianchi)

Alla fine il viaggio per me è tutto lì: saper accogliere ogni nuovo dono lasciando sempre sufficiente spazio nel bagaglio. Quali doni hai messo nel tuo bagaglio sino ad ora? C’è ancora spazio per accoglierne di nuovi?

Mi ero dato due obiettivi: imparare qualcosa di pratico e superare qualche mio limite per così dire “caratteriale”.
Nello zaino ho infilato tante novità: lo spagnolo, il trekking e il campeggio in montagna, le immersioni subacquee e il parapendio, anche se quest’ultima rimarrà un’esperienza isolata.

Ad un livello più intimo, viaggiare da solo potrebbe avermi reso meno timido e più aperto.

Un Europeo in viaggio è talvolta visto come un portafogli che cammina, quindi è importante saper dire “no”, gestire le insistenze, non farsi problemi a negoziare i prezzi. In tal senso penso di aver fatto progressi.
Mesi zaino in spalla aiutano a definire ciò che è essenziale e importante, lo spirito di adattamento si sviluppa per forza ed è un bel passo verso l’agilità e la leggerezza di cui ho bisogno.

Ciascuna di queste cose è un abilitatore, apre e facilita nuove possibilità. Questo conta.

E di spazio ce n’è ancora tanto, molto più di quello che riuscirò mai a riempire!

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Laguna de Los Tèmpanos (Tierra del Fuego, Argentina)

 

 

Ecco dove potete trovare online i racconti del viaggio di Simone e le sue foto:

www.instagram.com/simone_seri/

simonenomadlife.home.blog/

www.facebook.com/SimoneSeriPhotographer

 

 

Laura Ressa

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Le foto presenti nell’articolo e l’immagine di copertina sono state scattate da Simone Seri durante i suoi viaggi e gentilmente fornite da lui per la pubblicazione.


Copertina: Navigazione tra i fiordi cileni (foto di Simone Seri)

 

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea