
Scrive Marianna Lentini:
“Dal 2009 mi occupo di strategie digital e creazione di contenuti. L’ho fatto per lunghi anni nel Terzo Settore per Fondazione Umberto Veronesi. Lo faccio ora per Banca Etica, l’unica banca italiana, e tra le poche in Europa, dedita al 100% alla finanza etica.
Ho pubblicato con la casa editrice People “Capitalismo feroce”, un libro incentrato sulle attuali distorsioni del capitalismo finanziario e sui suoi impatti rovinosi in termini ambientali, sociali, geopolitici.
Curo la newsletter “Luci nella notte”, attraverso la quale condivido contenuti che reputo di valore, incentrati su finanza, economia, diritti, giustizia sociale, e che spero possano essere utili a vederci piĂą chiaro di questi tempi, per certi versi oscuri. Scrivo talvolta anche per The Post Internazionale e Ossigeno, la rivista di attualitĂ e cultura di People.
Sono una runner: correre delle maratone mi ha insegnato la disciplina, la dedizione e la determinazione nel raggiungimento di un obiettivo.
Sono attivamente impegnata in movimenti ambientalisti e politici.”
Il percorso professionale e l’impegno da attivista di Marianna Lentini sono stati i temi al centro dell’intervista del 22 ottobre 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.
Abbiamo esplorato la storia professionale di Marianna senza perdere di vista, come sempre, il lato umano che la societĂ attuale spesso rifugge e che sembra ormai passato completamente sullo sfondo.
Attraverso la lente della sociologia e dell’attivismo, abbiamo parlato di giustizia sociale, politica, crisi ambientale, con riferimento a ciò che sta accadendo ora nel mondo e anche al recente libro di Marianna intitolato “Capitalismo feroce”.
Proprio dalla descrizione del libro, traggo il testo seguente:
“Prendendo le mosse dalla storia di Enric Duran, attivista catalano conosciuto come il “Robin Hood delle banche”, il libro racconta alcune delle maggiori crisi finanziarie degli ultimi decenni e analizza le contraddizioni della mega macchina denominata finanzcapitalismo, mettendo in luce le sue torsioni sempre piĂą autoritarie, le modalitĂ con cui domina il mondo del lavoro, attenta alla nostra salute mentale, erode i diritti, amplifica le disuguaglianze, influenza le traiettorie geopolitiche, alimenta la crisi climatica, determina un’insensata corsa al riarmo. Rivelandosi un enorme edificio dalle mura fragili, pronte a sgretolarsi davanti ai nostri occhi increduli, e spingendoci, ora piĂą che mai, a immaginare e costruire un’alternativa contro il suo afflato mortifero.
«A breve ci si troverĂ davvero di fronte al bivio tra assistere a una catastrofe o governare una rivoluzione. Nell’irrisolvibile conflitto tra capitalismo ed ecologia, il primo morirĂ . La domanda è: in che mondo vivremo quando questo accadrĂ ?»”
Per approfondire:
https://ossigeno.net/author/marianna-lentini/
https://kritica.it/author/marianna-lentini/
https://www.requiempamphlet.it/intervista-a-marianna-lentini/
https://ossigeno.net/capitalismo-feroce/
https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/capitalismo-feroce
https://www.tpi.it/author/marianna-lentini/
Prima di presentare l’intervista a Marianna Lentini, mi piacerebbe fornire una panoramica del suo pensiero proponendo qui di seguito una selezione tratta da suoi articoli e interviste recenti.
“L’alternativa al capitalismo sta già nascendo sotto i nostri occhi”
“Nonostante la “mancanza di alternative” predicata da Margaret Thatcher negli anni ’80, un nuovo sistema, culturale prima ed economico poi, ha giĂ visto la luce e sta muovendo i primi passi. Ne parliamo con Marianna Lentini, autrice del libro Capitalismo feroce. (articolo di Fabrizio Corgnati: https://www.italiachecambia.org/2025/11/marianna-lentini-capitalismo/ )
Secondo lei il capitalismo è un “animale morente” sempre piĂą debole. […]
Un passaggio fondamentale – pionieristico, ma già in atto – è il ridimensionamento del ruolo del denaro.
Secondo Marianna Lentini, se vogliamo che queste scelte si trasformino in un nuovo sistema, dobbiamo innescarne un contagio positivo.
Non serve un grande esperto di economia politica, quale io del resto non sono, per rendersi conto che in questa fase storica – there is no alternative, “non c’è alternativa” –, davanti ai nostri occhi, sono esplose tutte le contraddizioni e i limiti del sistema economico che ha retto il nostro sviluppo negli ultimi secoli: dalle guerre ai divari sociali sempre più marcati, passando per lo sfruttamento dell’ambiente e dei lavoratori. Vedendo che i sintomi sono così conclamati, sarebbe facile concludere che la malattia abbia raggiunto il massimo della sua gravità e della sua diffusione.
Invece, allo stesso tempo – e proprio perché i suoi fallimenti sono più evidenti che mai – il capitalismo è anche sempre più debole. «Mi sembra un animale morente, per richiamare il titolo di un bellissimo libro di Philip Roth, che si sta dibattendo per non cadere, i cui colpi di coda si manifestano nelle spinte profondamente autoritarie a cui assistiamo. Fu Mussolini stesso del resto a dire che, a un certo punto, il capitalismo non avrebbe più avuto bisogno della democrazia».
A dirmelo è Marianna Lentini, che si definisce sociologa, comunicatrice ma anche agitatrice, oltre ad aver scritto per l’editore People il libro Capitalismo feroce. […]
«Nella personalità degli esseri umani si è innestato quello che il filosofo britannico Mark Fisher definisce “realismo capitalista”, quella visione fatalistica per cui non si può fare a meno di questo sistema. Questa convinzione ha permeato persino le fasce più svantaggiate della società , figuriamoci quelle che ne traggono i maggiori vantaggi».
Eppure, se guardiamo con attenzione intorno a noi, questo cambiamento sta giĂ avvenendo: magari solo attraverso alcune esperienze pionieristiche ancora minoritarie, ma che pure sono importanti. Sia a livello individuale che collettivo, stiamo iniziando finalmente a ridimensionare il ruolo del denaro: da fine ultimo sul cui altare sacrificare ogni altro valore – come prevede, appunto, il paradigma capitalista –, a strumento per realizzare il nostro benessere. […]
Finanche gli stessi imprenditori, almeno quelli piĂą illuminati, si stanno accorgendo che il fatturato non basta a garantire la stessa sostenibilitĂ a lungo termine delle loro aziende. «PerchĂ© lavoratori e lavoratrici piĂą infelici sono anche meno produttivi, banalmente. […]». Ed è solo l’inizio. Se vogliamo che queste scelte, che questi concetti si trasformino in un nuovo sistema, dobbiamo innescarne un contagio positivo, una viralitĂ che non sia limitata ai social network, solitamente il terreno esclusivo dove si utilizza questo termine.
Le alternative al capitalismo si stanno affermando persino nelle roccaforti della finanza globale
«Dobbiamo aspirare a un’organizzazione collettiva – afferma Marianna Lentini – cioè rimetterci in gioco fisicamente, al di lĂ della tecnologia. […]
Un’immagine stupenda quella che ci regala Marianna Lentini, che in un colpo solo dissolve decenni di discussioni artificiali intorno al labile confine tra interesse privato e interesse pubblico: se siamo tutti cellule di uno stesso organismo, allora per fare il bene dell’umanitĂ non possiamo che fare il nostro e per fare il nostro non possiamo che interessarci al bene di tutti. Alla faccia dell’etica della competizione capitalista.”
Siate realisti: chiedete l’impossibile – Intervista a Marianna Lentini (di Giovanni Gemma, 31 gennaio 2025: https://www.requiempamphlet.it/intervista-a-marianna-lentini/ )
“[…] questo libro che hai scritto è un tassello nel mosaico dell’alternativa oppure siamo ancora nella pars destruens del capitalismo?
«Non è sicuramente un tassello nel mosaico dell’alternativa: quando l’ho scritto non avevo questa ambizione. Il mio obiettivo era rendere consapevoli i lettori e le lettrici di un fatto: la policrisi che stiamo vivendo – una crisi che è climatica, sociale, geopolitica, economica e anche morale – è interamente riconducibile alla logica di sfrenata violenza sottesa proprio a quella megamacchina sociale che Gallino definisce appunto “finanzcapitalismo”. […]»
[…] nella nostra societĂ ci sia ormai un’incapacitĂ dilagante indotta proprio dal sistema capitalistico di accogliere il dolore come parte integrante della vita perchĂ© siamo intrappolati e anestetizzati in quella che Marcuse (un altro profeta, insomma) invece ha definito “euforia nell’infelicità ”.» […]
Avevi anche nominato le esperienze partitiche, quindi ci colleghiamo alla prossima domanda. Sei stata candidata in una lista civica alle comunali a Lizzanello nel 2021 e poi, l’anno successivo, ti sei proposta alla Camera dei deputati con Unione popolare. Queste esperienze le rifaresti tutte da capo, uguali, oppure qualcosa si potrebbe cambiare?
«Onestamente non rifarei proprio queste esperienze politiche: ho capito che della politica mi piace di più la parte movimentista o comunque quella che attiene allo studio e all’analisi dei fenomeni. Purtroppo non riesco più ad appassionarmi né alle dinamiche interne ai partiti, né alla dialettica tra le forze politiche nel nostro Paese. Non perché sia una perdita di tempo: dipende da come ognuno intende costruire il proprio percorso politico o come vuole costruire il proprio contributo nei confronti del miglioramento della società . Credo che quella strada, per me, non sia più percorribile. Poi, non si sa mai!»
A proposito di futuro: l’anno prossimo si vota per le regionali in Puglia. Anche in ragione di tutto il discorso su TAP, ce l’hai qualche speranza?
«Con la classe politica italiana, con questa sinistra di stampo così liberal, non ho nessuna speranza. Non riesco purtroppo – lo ammetto – ad appassionarmi alla politica locale, specialmente in questo momento in cui c’è proprio il mondo che va in malora: mi sembrerebbe di avere un atteggiamento troppo ombelicale. […]»
«La politica a livello locale, se buona, può indubbiamente produrre dei cambiamenti nella vita delle persone – ma si tratterebbe sempre di cambiamenti di lieve entità . Il cambiamento reale può arrivare soltanto, secondo me, dal rovesciamento da questo sistema di oppressione: quello che abbiamo definito capitalismo finanziario, o le sue future metamorfosi. Adesso si parla anche di “tecnofeudalesimo“.
Il reale cambiamento deriverebbe dal rovesciamento – ma a quel punto la sfida si giocherebbe ad un livello così alto che persino la politica nazionale assumerebbe un ruolo del tutto ancillare e subalterno rispetto a questi potentati globali di ordine economico-finanziario. Penso che in questo momento un soggetto politico transnazionale debba essere concentrato su questo tipo di disegno; deve, cioè, indirizzarsi a capire come si possa rovesciare quel sistema di oppressione di cui questi grandi attori globali sono i veri protagonisti.» […]
«[…] La classe lavoratrice si è dispersa, si è atomizzata – perchĂ© questo era proprio il disegno della classe ricca.» […]
Avendo un pubblico di solito abbastanza giovane, non possiamo chiudere se non con questa domanda: hai un messaggio per le generazioni piĂą giovani che adesso si stanno approcciando alla vita lavorativa e magari anche alla vita pubblica?
«Sarò molto sintetica su questo: io vi auguro di avere sempre la capacitĂ di coltivare una visione radicale, laddove per radicalitĂ si intende proprio la capacitĂ di andare alla radice dei problemi. Come dice Camus – che è citato pure alla fine del libro –, “siate realisti: chiedete l’impossibile”.»”
Il business dei senzatetto: negli USA anche la povertĂ diventa profitto (articolo di Marianna Lentini, 4 novembre 2025: https://ossigeno.net/il-business-dei-senzatetto-negli-usa-anche-la-poverta-diventa-profitto/ )
“Negli Stati Uniti il numero di persone senza fissa dimora è aumentato del 18%, passando da 653.104 nel 2023 a 771.480 nel 2024. Una crescita senza precedenti, secondo la National Alliance to End Homelessness, organizzazione dedicata alla prevenzione e alla lotta contro la condizione di marginalitĂ abitativa negli Stati Uniti. Una crisi la cui causa principale sarebbe l’ampliamento della massa di lavoratori poveri.
Lo scorso 24 luglio un ordine esecutivo dell’amministrazione Trump ha disposto che i senzatetto, la stragrande maggioranza dei quali – è scritto nel documento della Casa Bianca – «è dipendente da droghe, soffre di problemi di salute mentale o entrambe le cose», vengano trasferiti «in strutture istituzionali a lungo termine» nello scenario di «nuovo approccio incentrato sulla tutela della sicurezza pubblica». Il tentativo di inquadrare la crisi dei senzatetto unicamente come il prodotto di malattie mentali e tossicodipendenza non solo contribuisce a rendere più facile l’arresto e il ricovero coatto dei senzatetto ma, coerentemente con gli assunti del sistema capitalista, riconduce l’eziologia di tali problematiche unicamente a responsabilità individuali di natura biologica o psichica, mettendo in ombra le responsabilità politiche e del sistema socioeconomico. Un’impostazione peraltro comune alle élite di qualsiasi orientamento, dato che piani simili a quelli disposti da Trump sono stati intrapresi anche dal governatore democratico della California Gavin Newsom, senza peraltro arrivare a una riduzione del numero di senzatetto.
Criminalizzare questi ultimi, difatti, non serve a sradicare le condizioni economiche che spingono le persone a vivere per strada e che invece molto hanno a che fare con la rapacità di un modello che postula l’esistenza di canoni d’affitto inaccessibili, di un sistema sanitario basato su un regime essenzialmente privato, definito dagli economisti Angus Deaton e Anne Case – che cito in Capitalismo feroce – «un cancro nel cuore dell’economia», di salari che non tengono il passo con il costo della vita, di una rete di sicurezza sociale praticamente inesistente.
Ma a queste distorsioni proprie del capitalismo se ne aggiunge un’altra: la volontà dei grandi fondi di private equity e altri attori economici di trarre profitti anche dalla condizione dei senzatetto. Il dilagante approccio securitario, infatti, implica la crescita della popolazione carceraria in un Paese in cui quest’ultima, peraltro, supera già i due milioni di persone, vale a dire quasi un quarto del numero di detenuti a livello globale. In relazione ai senzatetto si parla di un sistema Eviction-to-Prison Pipeline, letteralmente “canale dallo sfratto alla prigione”, che di fatto rende un reato l’essere poveri, anziché aiutare gli individui a uscire dalla povertà . A trarne vantaggio è la potente industria carceraria, ma non solo: come avevo sottolineato nel mio libro, ci sono una serie di società che sfruttano le persone detenute costringendole a svolgere lavori in manifeste condizioni di schiavitù sotto la minaccia di isolamento, contenzione fisica, sospensione delle visite dei legali e dei familiari, privazione di beni di prima necessità come cibo, acqua e prodotti per l’igiene personale, fino a interferenze negative nei casi di richieste di asilo.
The Prison Industry: Corporate Database dell’organizzazione Worth Rises smaschera oltre 4.000 aziende e investitori che traggono profitto dall’incarcerazione di massa. Scorrendo l’elenco, si scopre che tra le realtà presenti ci sono Amazon; società di armamenti come la britannica BAE Systems, le statunitensi Lockheed Martin e Northrop Grumman, l’israeliana Elbit Systems, la francese Thales, l’italiana Leonardo; il colosso della grande distribuzione Walmart; attori finanziari come Vanguard, BlackRock, Wellington, BNP Paribas, Goldman Sachs, Morgan Stanley e JP Morgan; giganti dell’industria alimentare come Tyson Foods. E ancora multinazionali come General Dynamics, Hewlett Packard, Cisco Systems, Caterpillar.
Non stupisce che molti di questi nomi compaiano anche nelle liste di attori corresponsabili nel genocidio in atto a Gaza. La rapacità del sistema è trasversale e tale da inoculare il suo veleno in tutti i gangli della società a livello globale.
Anche l’assistenza sanitaria per i detenuti rappresenta un’importante opportunità che nel 2022 si stimava valesse 9,3 miliardi di dollari. Una recente inchiesta del quotidiano britannico Guardian indaga la condotta criminale di due società , Corizon e Wellpath, finanziate da fondi di private equity e accusate di ripetute violazioni per non aver protetto i detenuti dal rischio di lesioni e persino di morte, eppure protette da una serie di sentenze che rendono difficile ritenere i contraenti privati ​​responsabili per illeciti commessi in carcere.
Le dinamiche generate da un sistema di questo tipo e aggravate dallo smantellamento dei programmi di edilizia pubblica non fanno altro che precipitare migliaia di persone, giĂ in condizioni di estrema fragilitĂ , in un abisso ancora peggiore da cui è difficile emergere. […]”
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Marianna Lentini; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Mi risulta davvero difficile riuscire a condensare in una maniera vagamente esaustiva le tante basi poste qui da Marianna Lentini per avviare una riflessione a lungo termine. Riassumere tutto ciò che è emerso è un’impresa impossibile che nemmeno mi pongo come obiettivo: e del resto – si sa – la parte scritta di queste interviste è sempre diversa dalla parte che si può ascoltare, arriva a posteriori rispetto a quel momento in diretta e presuppone un processo quasi di “digestione” e sedimentazione dei pensieri.
Quel che accade, infatti, dopo che ci si approccia all’ascolto o all’incontro con un’altra persona varia a seconda della prospettiva dell’ascoltatore, del contesto in cui si ascolta, delle condizioni nelle quali ci si confronta. Le variabili personali e temporali incidono su ciò che siamo disposti a registrare e mantenere in memoria: ecco perchĂ© ciò che posso pensare io, tirando adesso le somme di questa intervista, è di certo diverso dalle conclusioni che chiunque altro potrĂ trarre ascoltandola.
Dunque il punto non è tanto quello di giungere a una chiusura compiuta ed esaustiva: il punto è avere la possibilità di aprire porte, di lasciare varchi aperti e punti interrogativi ai quali non troveremo risposte facili o immediate.
In Marianna Lentini ritrovo varie parti di me, non solo per via della nostra comune appartenenza geografica ma soprattutto perchĂ© condividiamo idee sul mondo che in troppi oggi esitano ad esprimere, come se avere un pensiero libero fosse una condanna anzichĂ© un dovere morale e un moto di dignitĂ e orgoglio. Marianna indaga, studia, approfondisce. Utilizza le fonti per costruire un discorso che divulghi conoscenza, che apra lo sguardo e riporti a galla un po’ di quelle coscienze che abbiamo perduto e si sono addormentate in quella finta culla chiamata capitalismo.
Condivido con Marianna la sete di libertà , quella rabbia che è in grado di renderci risoluti nella ricerca delle ragioni delle cose che accadono vicino a noi e lontano nel mondo.
Abbiamo bisogno di abbandonare gli schemi del potere, della corsa all’accumulo di denaro e profitto, e di quello spietato capitalismo che con ferocia ci ha privato della nostra umanitĂ . Abbiamo bisogno di ritornare alla vita, come emergendo da acque profonde e da un sonno pesante che ci ha reso ciechi e ignavi di fronte al dolore degli altri.
Qualche volta mi chiedo quanto senso abbia parlare ancora di “senso” oggi, mi chiedo in quanti davvero vogliano trovarlo nella propria vita, a quanti non importa nulla e per quanti semplicemente questa parola non esiste. Di certo c’è un fatto: chi quel senso riesce a trovarlo – o quantomeno sa che esiste da qualche parte e ne fa un obiettivo da raggiungere – non ha bisogno di molto altro.
Essere compassionevoli (verso noi stessi e verso tutti gli altri) può essere una chiave utile, al termine del poco tempo che abbiamo, per capire che tutto ha una fine ma che possiamo dare una motivazione a questa fine se, prima del suo arrivo, siamo in grado di comprenderla, raccontarla, camminare in punta di piedi nel luogo che ci ospita, ripulire ciò che abbiamo sporcato affinché il futuro senza di noi non sia semplicemente il nostro immondezzaio.
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
