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A dicembre 2020 ho pensato che potesse essere divertente provare a misurarmi con questo mezzo e così ho scritto la prima parte di un racconto che per ora è rimasto congelato. Non so se e quando continuerò a scriverne il seguito.

Condivido il testo anche qui, dato che è impossibile leggere ciò che esiste su Wattpad se non si è iscritti alla piattaforma.


Quella mattina l’ascensore era guasto. La luce del giorno entrava fioca nell’androne del palazzo al civico 33 e le scale apparivano più grigie del solito. Fuori pioveva a dirotto, nonostante fosse luglio, e il cielo era tinto di un nero inusuale per quel periodo dell’anno.

L’amministratore di condominio non aveva ancora fatto riparare né la plafoniera centrale né le luci posizionate sui pianerottoli, e i rapidi sprazzi di luce che rendevano meno bui i gradini provenivano dai lampi che preannunciavano il temporale. 

Camilla Andriani, una signora di mezza età, era la proprietaria di tre appartamenti dello stabile. Viveva lì da quando era nata, gli appartamenti erano dei genitori e da quando loro erano morti era stata lei a occuparsi dei lavori di ristrutturazione degli immobili e della scelta dei nuovi affittuari.
Conosceva bene le persone che abitavano nel condominio, ed era certa di riuscire a capire tutti al primo sguardo. Lo considerava un dono, una specie di sesto senso. Era convinta che chiunque avrebbe incontrato sulla sua via sarebbe sempre stato un libro aperto per lei.

Quel sesto senso le aveva anche suggerito di dare in affitto l’appartamento al terzo piano ad Alberto Sinibaldi, uomo di poche parole che aveva risposto all’annuncio due anni prima. Pacato, pauroso nel suo modo di incedere e di parlare. Fin dal loro primo incontro Camilla aveva riconosciuto in lui qualcosa di sé. Era certa che nascondesse nel cuore un malessere profondo, un abisso lacerante, una voragine che provava a coprire, una specie di gabbia interiore.

Camilla sapeva bene cosa volesse dire vivere in una gabbia mentale, lei ne aveva arredata una e ci stava dentro da anni. Aveva riconosciuto e cominciato a convivere con il suo buco nero quando i suoi genitori passarono dall’altra parte della barricata. Pensava ogni giorno alla sua gabbia, anche scendendo le scale in quella giornata piovosa le era capitato di pensarci. L’ombra che la porta dell’ascensore rifletteva sul muro sembrava infatti una serie di sbarre, una cella fatta di linee scure alternate a spazi più chiari.

Uscendo di casa Camilla non usava mai l’ascensore e quella mattina stava percorrendo le scale al suo solito passo quando sentì il primo fortissimo tuono che la fece sobbalzare. 
Per un attimo tremò, da bambina aveva paura dei temporali e andava sempre a rifugiarsi nel lettone con mamma e papà per riuscire ad addormentarsi. Si fermò su un gradino, attorno era pressoché buio, riprese fiato e continuò a scendere le scale con calma facendo attenzione a non inciampare.

Abitava al quinto piano, i tre appartamenti che aveva affittato erano al terzo, al secondo e al primo piano. 
Scendendo aveva preso da anni la stessa abitudine compulsiva: si avvicinava alle porte di quegli appartamenti e le tirava per assicurarsi che fossero chiuse. In ogni caso, sia che gli inquilini fossero in casa sia che fossero fuori per lei era buona norma accertarsi che le porte fossero chiuse.
Lo faceva solo scendendo, quando rientrava usava sempre l’ascensore.
Era una donna metodica, dedita alle stesse compulsioni, alle stesse pratiche reiterate, alle stesse azioni compiute nel medesimo ordine ogni giorno. 
Le pareva che una voce interiore, una voce nella sua testa, la costringesse a compiere quelle azioni. Ormai lei li considerava compiti da portare a termine nel miglior modo possibile: ogni giorno uguale, ogni giorno con la certezza che stesse facendo la cosa giusta.
Se per qualche ragione saltava una delle sue azioni compulsive, doveva ricominciare tutto daccapo. Alcune volte aveva impiegato quaranta minuti solo per scendere le scale e uscire dal palazzo.
Se non altro salire e scendere dal quinto piano la aiutava a fare un po’ di esercizio fisico.

Quel giorno arrivata al terzo piano, tirò come sempre verso di sé la porta dell’appartamento abitato da Alberto. 
Di solito trovava tutte le porte ben chiuse, quella volta invece la porta fece “clic” e si chiuse solo quando lei la tirò. 
“Allora era aperta” – pensò preoccupata Camilla.
“Mi sembra strano. Alberto è sempre così attento, perché avrebbe lasciato la porta aperta?” 

Provò a suonare il campanello per capire se lui fosse in casa. Nessuno rispondeva. 
Avvicinò l’orecchio alla porta, ma non sentiva rumori. Pensò ai ladri e fu colta da un istinto di paura che le fece scendere di corsa le scale e tirare velocemente le porte degli appartamenti al secondo e al primo piano. 
Era fuori dal portone, aprì l’ombrello e la paura sembrava si fosse acquietata ma ancora non sapeva come interpretare quella porta aperta. Subito alzò la testa schivando gli schizzi d’acqua e vide che le finestre dell’appartamento erano chiuse. 

Non sapeva che pensare, Alberto era metodico come lei. Impossibile che fosse uscito di casa senza chiudere la porta, impossibile che fosse rientrato senza assicurarsi che la porta fosse ben chiusa dietro le sue spalle.
Camilla camminava per la strada ma aveva dimenticato il motivo per cui era uscita. Il suo pensiero martellante era uno solo: “perché la porta di Alberto oggi era aperta?”
Cominciò a visualizzare tutte le ipotesi: un malore di Alberto entrando in casa, un’irruzione dei ladri mentre lui non c’era, un rapimento, una corsa improvvisa fuori casa in preda ad attacchi di panico, un’emergenza che gli avesse fatto mettere in secondo piano la chiusura della porta.
Le ipotesi non reggevano granché, doveva pensare meglio e concentrarsi di più. La paura la stava annebbiando.

Camilla sentiva che il cervello le stava per esplodere nel cranio schiacciato dal peso di tutte quelle ipotesi senza risposta.

Le restavano in mano poche certezze e molte domande. Prese fiato a mandò al diavolo i programmi per la giornata che con cura aveva scritto su un foglietto. Chi soffre della sua malattia, ragiona e si muove più velocemente sotto l’effetto dell’adrenalina e quel “clic” della porta di Alberto le aveva fatto scattare in testa un meccanismo nuovo, quasi del tutto inedito per lei. Il medico gliel’aveva spiegato: in casi di forte paura o sensazione di pericolo l’organismo attiva ormoni diversi rispetto a quelli che in lei non funzionavano bene. 
Prese dalla borsa un telo di plastica che portava sempre con sé, lo sistemò sulla prima panchina disponibile nel parco vicino casa, si sedette e selezionò sulla rubrica del cellulare il numero di Alberto Sinibaldi. 
“Provo a chiamarlo, vediamo se mi risponde” – le sembrò la mossa più sensata da fare a quel punto.

“Il numero da lei selezionato non è al momento raggiungibile, la invitiamo a riprovare più tardi” – sentenziò la segreteria telefonica con quel tono da saccente.

“Non risponde nemmeno al cellulare, forse è scarico, forse è solo spento” – i dubbi aumentarono e Camilla inizio ad agitarsi sempre più. Di sicuro le sorti di Alberto la preoccupavano ma ciò che le aveva mandato davvero a rotoli la giornata era il fatto che ci fosse stato un intoppo in quel procedere sempre uguale delle sue giornate. Ciò che si discostava dalla presunta normalità e dalle sue certezze quotidiane, mandava in malora tutto, le impediva di proseguire e di ragionare, la obbligava ad entrare in uno schema diverso. E Camilla questo non lo poteva accettare, si rifiutava con tutta se stessa di vivere seguendo uno schema diverso da quello rassicurante in cui si era rinchiusa.

Camminava a passo lento da due ore. Ripercorreva le stesse strade, senza allontanarsi troppo da casa. Controllava compulsivamente il cellulare per verificare se arrivassero chiamate o messaggi di Alberto. Fissava il vuoto pensando a cosa potesse fare per riavvolgere il nastro di quella mattina infernale e ricominciarla daccapo. Intanto il temporale si era trasformato in una pioggia fitta abbastanza sopportabile che aveva abbassato di qualche grado la temperatura torrida dei giorni precedenti.
La paura in lei cedette il passo all’irritazione e l’irritazione si trasformò presto in rabbia. 

“Ma sì, andasse al diavolo. Ognuno è libero di lasciare aperta la propria porta di casa. Cavoli suoi se poi entrano i ladri! Spero solo non venga a piangere da me e non mi chieda di mettere una porta blindata” – pensò risoluta Camilla, che provò così a cancellare quel pensiero nauseante che la stava bloccando da ore.

Nella lista di commissioni che si era prefissa di portare a termine, riuscì a smarcarne solo una. Con fatica si concentrò e si trascinò fino al supermercato, dove comprò frutta, patate, insalata, verdura e pasta: il necessario per qualche giorno, non le serviva altro dato che viveva da sola.

Non pioveva più e qualche timido raggio di sole si affacciava dietro le nuvole nere. 
“Ah finalmente qualcosa di positivo in questa giornata infernale!” – esclamò ad alta voce Camilla mentre con la sua busta della spesa si accingeva a tornare a casa. 

Fino a sera provò a non pensare più alla porta di Alberto aperta. Ma non smise mai di controllare il cellulare per vedere se arrivassero messaggi da parte sua. Verso le 21.00 provò a richiamarlo ma niente, partiva la solita segreteria telefonica. 
“Forse è partito per qualche giorno. In fondo non racconta mai nulla di sé, avrà chiesto qualche giorno di ferie per rilassarsi. Mica deve avvisare me.”
Con questo pensiero consolatorio, Camilla spense il telefono e chiuse gli occhi per dormire.

Nei tre giorni successivi le sembrò molto strano non averlo mai incontrato neanche una volta per le scale. Ad Alberto piaceva salire a piedi e di solito si incontravano il mercoledì e il venerdì alle 9.30 del mattino: Camilla a quell’ora scendeva e lui di solito tornava dal suo turno di lavoro in autobus. Faceva il conducente e seguiva orari diversi a seconda dei turni assegnati.

In quella settimana martedì Camilla aveva trovato la porta d’ingresso aperta, mercoledì, giovedì e venerdì non le era capitato di incrociarlo neanche una volta per le scale. La porta però in quei giorni era chiusa e questo in parte la rassicurò. Il sabato di solito per Alberto era il giorno di riposo, Camilla lo sapeva perché il sabato lui approfittava per consegnarle l’affitto del mese. 
Lei scendeva sempre alla stessa ora: 9.30 in punto.

Come ogni giorno anche quel sabato Camilla stava eseguendo i suoi controlli compulsivi alle porte d’ingresso degli appartamenti di sua proprietà. Tirandola, la porta di Alberto fece di nuovo “clic”. Era la seconda volta in due settimane.

D’istinto suonò il campanello, nessuna risposta. Appoggiò l’orecchio alla porta: ancora nessun rumore.
Prese il cellulare dalla borsa e provò a chiamarlo, di nuovo la segreteria.

“Che fine hai fatto Alberto? Perché la porta l’ho trovata aperta due giorni nella stessa settimana? Com’è possibile: sei una persona così metodica anche tu. Perché non ti ho incrociato mercoledì e venerdì?” – Camilla si bloccò sul pianerottolo, inerme, paralizzata. Voltò la testa più volte in varie direzioni cercando di pensare con calma.

Si ricordò di avere una copia delle chiavi di tutti i suoi appartamenti. Si era ripromessa di non usarle mai e del resto gli altri affittuari negli anni avevano cambiato le serrature cosicché le chiavi che lei possedeva erano del tutto inutili.
Tutti avevano serrature diverse dalle originali: tutti tranne Alberto.

Camilla portava sempre in borsa ogni mazzo di chiavi in suo possesso, comprese quelle vecchie che non servivano più. Rovistò velocemente tra buste ripiegate, penne scariche, pile esauste, foulard, guanti, portafogli e alla fine trovò in una tasca in fondo il mazzo con le chiavi dell’appartamento di Alberto.

Deglutì, asciugò una goccia di sudore che si stava facendo strada sulla sua fronte, un sudore freddo non dovuto al caldo ma all’ansia. Tirò un respiro profondo e tremolante. Poi mise la chiave nella serratura e girò pianissimo nella toppa ruotando verso sinistra. Aveva molta paura, le mandate erano quattro in tutto ma le bastò girare una sola volta per sentire il “clic” di apertura. La porta ora era aperta, poteva entrare.
Come le aveva detto spesso il medico, in momenti di panico sarebbe stata capace di fare cose inaspettate. In quei momenti si sentiva nel corpo di un’altra persona, non era più Camilla. Entrando nell’appartamento di Alberto stava agendo con una strana meticolosità ragionata e con insolita velocità, quasi come fosse una persona normale. Anche se la sua idea di normalità da qualche anno era completamente distorta.

Ebbe l’accortezza di richiudere la porta dietro di sé.
A piccoli passi, evitando di far rumore, si introdusse in casa come una ladra. Oltrepassò l’ingresso ed entrò nel soggiorno: tutto sembrava in ordine ed escluse quindi l’ipotesi dei ladri. 
La casa appariva pulita, curata, ricca di ricordi appesi alle pareti.
Proseguì con circospezione dirigendosi verso le altre stanze. Più che concentrata, si sentiva stupita dal coraggio che la stava facendo muovere in un tipo di situazione che aveva visto fino ad allora solo nei film horror, quando i protagonisti entrano in maniera sprovveduta proprio nei luoghi più pericolosi.
In mezzo a questi pensieri, continuò la sua perlustrazione e anche la camera da letto di Alberto risultò intonsa con il letto fatto e un completo buono appoggiato sulla coperta. Giacca, cravatta, camicia, pantaloni: sembravano freschi di stiratura e pronti per essere indossati. 

Dal bagno si intravedeva la luce che proveniva dal finestrino. Anche lì dentro tutto appariva normale, la lavatrice però era carica e aveva ancora la spia accesa come se qualcuno l’avesse messa in funzione uscendo e l’avesse lasciata attiva senza spegnerla al termine del programma di lavaggio.

Un solo rumore si diffondeva ovunque. Proveniva forse dalla cucina.
Camilla non seppe decifrarlo subito, non capiva se si trattasse di una finestra che sbatteva piano, di un infisso che cigolava o di un rubinetto che perdeva. Somigliava a un ticchettio: poteva dunque essere un comune orologio da parete con la lancetta intenta a scandire il ritmo dei secondi. 

Camilla non sapeva se averne paura e scappare oppure proseguire. Prese coraggio grazie alla luce del sole che le faceva apparire ogni circostanza meno pericolosa. Di notte anche un flebile soffio di vento l’avrebbe convinta a chiamare la polizia, ma stavolta era diverso: il ticchettio non le incuteva troppa paura. Così procedette affacciandosi con cautela alla porta della cucina.

Vide un tavolo apparecchiato, dei piatti sporchi accatastati nel lavello, mobili curati che sembravano nuovi. Tutto seguiva tinte pastello, dai souvenir sulle mensole alle stoviglie ogni oggetto aveva una tonalità simile al giallo ocra. Non c’erano orologi né da tavolo, né da polso, né da parete. Intanto il ticchettio continuava e si faceva più intenso a ogni passo. Prese un altro respiro profondo, a quel punto Camilla aveva osservato quasi ogni angolo della casa: le rimaneva da controllare solo la veranda attigua alla cucina.
Si rifiutava di controllare negli armadi: posti che lei aveva sempre associato ai peggiori mostri.

Si era convinta che qualsiasi cosa fosse quel rumore, proveniva di certo dalla veranda. Si avvicinò piano, quasi socchiudendo gli occhi e temendo di smuovere la tenda che faceva da spartiacque tra la cucina e la veranda. In quella terra di mezzo procedeva a passi sempre più pesanti, le mancavano pochi centimetri alla meta, ma le sembrava di essere all’ultimo chilometro di una maratona. Le mattonelle sul pavimento le apparvero sgranate perché anche la vista si offuscò, il fiato era esaurito, la spavalderia con cui si era affidata alla luce del sole per trovare il coraggio di procedere, vacillò. Per lunghi ed estenuanti istanti fu ancora indecisa: non sapeva se scappare o prendere un oggetto e usarlo come arma da difesa, qualora ce ne fosse stato bisogno.  
A quel punto ormai non era più lei, sentiva un formicolio così forte a mani e piedi che le sembrò davvero di essere entrata nel corpo di una di quelle eroine cinematografiche così distanti da sé e dalla sua folle paura del mondo. Afferrò il primo arnese che trovò vicino. Muovendo leggermente il busto di lato allungò la mano e prese un coltello sporco di briciole, presumibilmente di pane, che era poggiato accanto al lavello.
In sottofondo il ticchettio continuava costante.

Ritornò in posizione, a gambe leggermente divaricate, stringendo forte il coltello. Ancora un altro respiro, stavolta l’ultimo prima di trattenere il fiato per l’uscita. Si preparò a fare il suo ingresso in veranda come se la tenda fosse un sipario e lei stesse aspettando dietro di esso la scena d’apertura della sua prima a teatro.
Di colpo, ripetendo dentro di sé “stai tranquilla!”, come gli atleti al fotofinish fece uno scatto in avanti gettandosi fuori con la testa e con tutto il corpo. 
In quell’istante un battito d’ali frenetico spostò con violenza l’aria, il ticchettio divenne convulso e qualcuno cominciò a gracchiare ripetendo a perdifiato: 
“SEI STATO TU! SEI STATO TU! SEI STATO TU!”

Camilla trasalì, emise un urlo sordo, il cuore quasi le usciva dalla gola pulsando all’impazzata. Il coltello le cadde di mano, stava per perdere i sensi quando, reggendosi ai vetri e strabuzzando gli occhi, riuscì a vedere di fronte a lei, chiuso in gabbia, un pappagallo. 
Le sue dimensioni facevano pensare più a un falco che a un comune animale domestico. Quel rumore simile a un ticchettio proveniva dalle zampe della bestia che sbattevano contro la gabbia. Stava cercando il modo di uscire ma vedendo d’improvviso Camilla, impazzì e cominciò a muoversi veloce in un moto di rabbia mista a spavento.
I suoi occhi erano diventati palle di fuoco.

[Continua… forse]

Laura Ressa

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Copertina: dal racconto “Il Precipizio” pubblicato su Wattpad

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea