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La vera rovina di questa società è causata da chi pensa, e afferma senza timore di smentita, che per lavorare – soprattutto agli inizi della tua carriera – devi essere sempre disposto anche a fare esperienza volontaria, senza compenso, a disposizione di questa o quella azienda e di questa o quella realtà che, magnanimamente, ti accoglie per farti fare le ossa o darti visibilità nel settore.

No, grazie. Se voglio fare beneficienza la faccio pure. Se voglio coltivare un hobby lo coltivo senza esigere alcun compenso. Ma il lavoro no, il lavoro è decisamente un’altra cosa! Il lavoro di una persona ha sempre un valore e ha sempre un prezzo. Il tempo di una persona ha un valore e un prezzo. Le competenze di una persona, se anche fosse appena uscita dall’università o ancora in formazione, hanno un valore ben preciso.

Eppure, quando mi guardo intorno, ascolto lezioni, leggo post sui social o articoli, noto quanto sia prepotente questo modo di agire e pensare. L’assioma è: vali un po’ di più degli altri se sei disposto a chinare il capo e a fare molta gavetta senza compenso. Peccato che sia una tendenza che temo stiano seguendo in molti: quindi mi chiedo se questi siano tutte le nostre migliori menti o se siano semplicemente incoscienti.

L’altro assioma – simile – suona più o meno così: devi essere umile nel lavoro ed essere umile spesso vuol dire fare molta esperienza con la voglia di imparare, ossia senza compenso o con compensi molto esigui o con la speranza che quel lavoro possa insegnarti qualcosa o aspettando che qualcuno in futuro ti restituisca il favore reso prestando gratuitamente le tue competenze in quella occasione.

Mi fa sorridere quando a sostenere tali teorie sono persone abbastanza grandi e navigate.

Mi fa un po’ meno sorridere quando a incitare al lavoro senza compenso per spirito di abnegazione, umiltà e voglia di imparare sono ragazzi molto molto giovani che vogliono insegnare ai loro coetanei o a persone più grandi il valore del lavoro (senza compenso naturalmente: piccolo dettaglio).

Se parliamo di lavoro, il compenso va da sé: è dovuto, è necessario, è il riconoscimento di una competenza messa in campo. Non è un optional. Non è un orpello. Non è un di più.

Educare ed abituare le giovani generazioni, anche con l’alternanza scuola-lavoro, al fatto che quando lavori puoi anche non essere pagato e che spesso questo ti deve andar bene è una direzione distorta, che distorce la realtà e che butta nel water anni di lotte dei lavoratori per il riconoscimento dei diritti di base. Tra questi diritti di base – ripetiamolo insieme – c’è il compenso. Ad alcuni potrà sembrare strano, ma tant’è. Il compenso non è quel diavoletto cattivo che dobbiamo temere di nominare per non sembrare indelicati e terra terra.

Per quanto liquida e rivoluzionata possa apparire la società attuale, per quante forme nuove potremo sperimentare di lavoro, le fondamenta su cui il lavoro si poggia devono essere intoccabili. Questa coscienza sociale deve riguardare tutti, e ancor più le giovanissime generazioni. Se mai avrò dei figli mi guarderò bene dal dire loro quanto sia figo lavorare senza farsi pagare solo per sembrare persone umili. Di come sembriamo agli altri poco ci deve interessare, anche perché banalmente se educhiamo la società a vederci come persone che lavorano gratis sminuiremo le nostre competenze, i nostri sforzi, il nostro tempo, il nostro valore aggiunto, nonché gli anni di studio e i soldi investiti nella formazione di base e in quella accademica, per chi prosegue con l’università.

Faccio un esempio per rendere l’idea.

Quando ti rechi da uno psicologo o da uno psichiatra per una prima visita, quell’incontro lo paghi comunque anche se decidi di non proseguire con la terapia. Ora, non so se tutti seguano questo iter: sono certa che ci siano psicologi molto giovani che “per farsi conoscere” applicano super sconti sui primi colloqui o li fanno gratuitamente. Beh, se lo fanno penso che sbaglino. Il concetto alla base resta saldo: il tempo è denaro, la competenza è denaro. E lo è sempre!

Lottare per una società in cui il lavoro di tutti sia tradotto anche in denaro, credetemi, sta diventando una battaglia contro i mulini a vento. Ci si sta lobotomizzando dietro l’idea che in un contesto lavorativo mutevole come il nostro ci si debba arrabattare, ci si debba porre in testa il copricapo della cosiddetta umiltà e si debbano fare mesi, se non anni, di lavoro gratuito. Io purtroppo l’ho anche fatto, per cause di forza maggiore, durante l’università. Ho lavorato in un call center con compensi miseri, quindi credo di poter parlare a ragion veduta di tutto questo.

Mi fa molto molto male ascoltare giovani menti, pure brillanti, che inneggiano al lavoro non pagato come modo per farsi il nome, per mettere in campo le proprie competenze, per imparare, per sperare che una grossa azienda li prenda anche solo qualche mese per lavorare gratis. Certe considerazioni fanno male al cuore, fanno male all’anima.

Non so dove andremo a finire continuando ad alimentare questa finta ideologia dell’auto-sabotaggio. Non voglio pensare che la maggioranza delle persone oggi creda davvero che sia più nobile lavorare solo per il piacere di farlo. Mi viene in mente una canzone che dice “Non ho visto nessuno andare incontro a un calcio in faccia con la tua calma e indifferenza. Sembra quasi che ti piaccia“.

Fermo restando che il lavoro può essere anche un immenso piacere e una grande passione, rimane pur sempre uno strumento di sussistenza. Non dico che si debba diventare seguaci del Dio Denaro o che si debba lavorare solo ed esclusivamente per mettersi in tasca quanti più soldi possibili facendo le scarpe ai colleghi. Lungi da me guardare al lavoro in questi termini!

Quello a cui però sto assistendo negli ultimi anni è una debacle assurda, un’involuzione di pensiero con molti sostenitori della filosofia dello sfruttamento (chiamiamo le cose con il loro vero nome).

Dovremmo rinunciare con forza a questa visione del mondo e del lavoro perché ci porterà solo a inutili lotte fra poveri, a farci le scarpe pur di essere assunti al prezzo più basso o addirittura senza compenso. Io, sinceramente, non saprei che farmene di un’esperienza in una “grossa” azienda se questa azienda non è disposta a investire sulle persone neanche un centesimo.

Le aziende non sono corsi di formazione gratuita, non sono accademie, non sono scuole e non sono università. Sono certamente luoghi in cui si impara moltissimo sul campo, ma sono anche luoghi in cui a ognuno è attribuito un valore, un ruolo, una posizione, e soprattutto un giusto e dignitoso compenso.

Non viviamo di aria, nemmeno se siamo giovani e vogliamo disperatamente imparare. Non viviamo di aria nemmeno se siamo giovani e un domani vogliamo dire di aver lavorato in quella grossa azienda. Non possiamo sminuirci: se partiamo già dal presupposto che un’azienda o chi per lei sia libera di farci lavorare senza compenso, daremo due chiari messaggi a chi ci osserva dall’esterno > 1) il mio lavoro non ha alcun valore2) o prendi me o prendi un altro, è uguale.

Il resto sono argomentazioni inconsistenti per convincerci, appunto, che valiamo qualcosa solo quando non ci attribuiamo un valore. Se ci pensiamo, è un ossimoro.

Credo che porsi a muso duro contro questo pensiero sia proprio la conquista che ci attende nel presente e sicuramente nel futuro: riprendere la dignità perduta, ridare dignità ai giovani, restituire dignità al lavoro.

Sarà dura, durissima, lo so. Ma vale la pena provare e riprovare ancora.


In chiusura vorrei consigliarvi la lettura di un bellissimo articolo pubblicato su “Il Tascabile” che si intitola Un lavoro che ami.

Riporto un paio di passaggi significativi del testo:

Questa retorica del lavoro come luogo dell’autorealizzazione, della priorità di flessibilità, creatività, autoimprenditorialità rispetto a sicurezza e diritti risponde alle necessità di un modello politico prima ancora che economico. Questo modello neoliberale che sfrutta i desideri dei soggetti ai fini dello sfruttamento, lo fa attraverso il dispositivo del labor of love, il “lavoro d’amore”.
[…]
La società individualizzante in cui viviamo ci chiede di investire in noi stessi, come se fossimo una merce o un servizio. E per definizione, l’investimento non ripaga immediatamente. Ecco dunque il fiorire di stage non pagati o esperienze entry level con salari da fame. Continuare a migliorarci per essere sempre competitivi ha un costo, e questo costo ricade sempre sul singolo.

Questo articolo è un pugno nello stomaco che ci serve tantissimo per ritrovare la bussola in un sistema che da troppo tempo ci ha privato, quasi in sordina e in nome della nostra “spendibilità”, anche il diritto di avere potere su noi stessi e sulle nostre scale valoriali.

Laura Ressa


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Copertina: Photo by Markus Spiske on Unsplash

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea