
Sappiamo molto bene tutti quanto sia diventato facile voltare le spalle e far finta di non vedere i drammi che riguardano il mondo, le persone vicine a noi così come quelle più lontane da noi per cultura, religione e geografia.
Tutti i drammi del mondo e delle persone sono percepiti così paradossalmente normali e scontati, che non siamo più in grado di accorgerci della profondità del dolore che ci passa accanto, delle difficoltà, degli sforzi che chi ha avuto meno dalla vita deve affrontare quotidianamente per restare a galla. E restare a galla spesso vuol dire proprio riuscire a non affogare in mare, nel senso letterale della frase.
Sono molto felice di aver raccolto la testimonianza di attivismo di Yasmine Accardo, protagonista dell’intervista del 31 gennaio alle ore 19.00 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.
Yasmine Accardo è un’attivista indipendente. Si è occupata di monitoraggio e denuncia delle condizioni di accoglienza richiedenti asilo e rifugiati in Italia. Referente per la Campagna LasciateCIEntrare che si occupa di denunciare le condizioni dei CPR e dare voce ai reclusi, con l’obiettivo di chiuderli. È stata insegnante di italiano per stranieri per 18 anni e segue le persone in transito. È anche operatrice legale di Pensare Migrante. (fonte: https://www.giornaliste.org/speaker/yasmine-accardo/ )
Cos’è LasciateCIEntrare? Di seguito la descrizione estrapolata dal sito ufficiale della campagna (https://www.lasciatecientrare.it/chi-siamo/ ).
“La campagna LasciateCIEntrare è nata nel 2011 per contrastare una circolare del Ministero dell’Interno che vietava l’accesso agli organi di stampa nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) e nei C.A.R.A. (Centri di accoglienza per richiedenti asilo): appellandosi al diritto/dovere di esercitare l’art. 21 della Costituzione, ovvero la libertà di stampa, LasciateCIEntrare ha ottenuto l’abrogazione della circolare e oggi si batte per la chiusura dei CIE, l’’abolizione della detenzione amministrativa e la revisione delle politiche sull’immigrazione. Tuttavia, ancora oggi la sospensione del divieto non rappresenta de facto la garanzia della libertà di informazione.
Capire e raccontare cosa accade in questi luoghi è estremamente difficile a causa della discrezionalità con la quale le richieste di accesso vengono gestite e trattate. Grazie all’attenzione di molti giornalisti, avvocati e attivisti sono venute fuori storie di persone rinchiuse ingiustamente, di errori giuridico amministrativi, di rivolte, di mancata assistenza, di trattamenti al limite del rispetto dei diritti umani e civili. Abbiamo visto giovani nati e cresciuti in Italia che sono stati chiusi in un CIE, poi liberati con una sentenza, perché i loro genitori “stranieri” avevano perso insieme al lavoro anche il permesso di soggiorno.
Abbiamo incontrato potenziali richiedenti asilo, donne vittime di abusi sessuali o dell’ignobile tratta delle schiave, lavoratrici e lavoratori residenti in Italia da anni la cui unica colpa è stata quella di aver perso il proprio posto di lavoro e di non averne trovato un altro in tempo utile.
Abbiamo visto e sentito l’assurdità delle condizioni in cui lavora anche chi si occupa della loro vigilanza e assistenza.
Noi crediamo, al di là di posizioni politiche e credi religiosi, che trattenere per svariati mesi delle persone che non hanno commesso alcun reato rappresenti un’aberrazione di questo paese che ha dimenticato il suo passato e non ha una visione sostenibile del futuro.
Crediamo che un uomo o una donna non possano essere privati di un diritto fondamentale ed inalienabile come quello della libertà personale per un reato amministrativo. La detenzione amministrativa e il sistema creato intorno ad essa – allestimento spazi, gestione appalti per i servizi, sicurezza, etc . – rappresenta un inutile costo per la pubblica amministrazione. Esistono soluzioni alternative, esistono politiche di accoglienza che possono garantire la sicurezza dei cittadini e dei migranti, esiste una cittadinanza che collabora all’integrazione. Serve una forte volontà politica e un impegno serio dell’Italia e dell’Europa. Noi siamo pronti a dare una mano.
UNA NUOVA FASE
Dall’autunno del 2012 la campagna promuove azioni di testimonianza e pressione politica per chiedere esplicitamente la chiusura dei Centri di espulsione e identificazione. Tuttavia, dopo una parziale messa in discussione delle politiche fallimentari di detenzione, le recenti e nuove disposizioni del ministro dell’Interno Minniti – riprese dal neo ministro dell’Interno Salvini – vanno in tutt’altra direzione: oltre a rinominarli in Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) prevedono la riapertura dei centri chiusi, portandoli addirittura a uno per regione. Il Decreto su immigrazione e Sicurezza del 5 ottobre 2018 prevede infine l’incremento dei giorni di trattenimento (da 90 a 180).
Allo stesso tempo, la campagna promuove azioni di monitoraggio e di denuncia pubblica sulle enorme distorsioni del sistema d’accoglienza italiano. In Italia, sin dal 2011, anno dell’avvio del piano denominato “Emergenza Nord Africa”, si evidenzia la mancanza di pianificazione di un sistema nazionale di accoglienza, capace di garantire condizioni di vita dignitose alle persone ospitate, ma anche prospettive di un loro inserimento solidale, abitativo e lavorativo. Alla chiusura del Piano “Emergenza Nord Africa”, assolutamente fallimentare, nel 2014 si è dato l’avvio alla stagione dei CAS (Centri di Accoglienza Straordinari), attraverso il coinvolgimento attivo delle Prefetture locali e la creazione di un sistema gestito ancora una volta in forma emergenziale. L’attuale sistema di accoglienza, in Italia, basato su una logica emergenziale, è stato implementato dal sistema imposto dall’UE, attraverso l’istituzione degli HOTSPOT e degli HUB. L’inchiesta “Mafia Capitale” sul business dell’immigrazione, intanto, ha evidenziato come attorno a questo business si fosse creato un vero e proprio oligopolio di associazioni che ne traeva illecito profitto. In questo contesto la campagna non si è mai “fermata”. Ha continuato a effettuare visite e monitoraggi con il coinvolgimento di parlamentari e associazioni, ha prodotto centinaia di rapporti sulle visite nei centri e sulle criticità riscontrate, sulla disumanità dei trattamenti e spesso totale negligenza con la quale anche gli organi di Governo periferici – le Prefetture – gestiscono gli appalti e garantiscono agli enti gestori cifre ingenti che non corrispondono ai servizi di cui hanno diritto, per legge, i migranti.”
Parlare di questi temi e creare consapevolezza penso che, a un certo punto, debba diventare per tutti noi un obbligo morale. Certamente un altro imprescindibile obbligo morale è sapere, informarsi, conoscere le storie di queste persone e la disumanità con cui le loro vite vengono gestite, maltrattate, manipolate, calpestate.

Lascio di seguito alcuni testi per comprendere di cosa abbiamo parlato e fornire alcuni elementi di approfondimento sulla situazione nei CIE/CPR e sull’impegno della campagna LasciateCIEntrare.
“I Centri di Identificazione ed Espulsione – sono spazi destinati alla detenzione amministrativa. Il loro acronimo, CIE oggi evoca in realtà dei luoghi di privazione della libertà personale riservati a cittadini non provenienti dai paesi U.E. risultati, al controllo delle forze dell’ordine, presenti irregolarmente.
Sono cittadini che restano in attesa di essere rimpatriati pur non avendo commesso alcun reato penale che ne permetta la custodia e questo avviene in gran parte dei paesi della Comunità.
La detenzione amministrativa ha una storia lunga in Europa: il “trattato di Schengen” (che nasce nel 1985 ma a cui l’Italia aderisce in fasi successive) segna una modifica strutturale di questa storia, permettendo la libera circolazione dei cittadini degli Stati membri. I paesi firmatari sono però obbligati a definire strumenti per identificare chi non gode di tali caratteristiche.
Il Testo Unico Legge 40/1998, detto Turco – Napolitano, stabilisce la realizzazione di Cpta (Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza) in cui le persone potevano essere trattenute per un periodo massimo di 30 giorni. L’esperienza si dimostra sin dall’inizio a dir poco problematica: nei centri – i primi ad aprire sono stati 7 – finiscono soprattutto ex detenuti e persone che non sono poste in condizione di regolarizzare la propria posizione.
Le stesse strutture (ex ospizi, caserme dismesse, container ecc…) si dimostrano inadatte a garantire condizioni di vita decenti. Da subito diventano teatro di rivolte, di fuga, di atti di autolesionismo in alcuni casi con esito tragico. Una data che resterà tragicamente impressa di questa fase iniziale è quella del 28 dicembre 1999, quando dopo un fallito tentativo di fuga nel Cpta di Trapani ed in seguito ad un incendio, sei reclusi trovano una orribile morte.
Già da allora anche la gestione dei centri risente di numerosi aspetti critici: la sorveglianza esterna è affidata alle forze dell’ordine e la responsabilità affidata alle locali prefetture, la gestione a enti privati che ottengono l’appalto con gare a trattativa privata gestite dalle prefetture competenti.
L’opacità delle strutture e della loro amministrazione è rotta solo saltuariamente dagli interventi di parlamentari ma una cosa diviene immediatamente chiara. I centri non risultano essere la risposta adatta per un “contrasto all’immigrazione irregolare”, coloro che vi finiscono rinchiusi lo devono a casualità e discrezionalità, posti che si liberano in un centro, rastrellamenti in un quartiere, trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Gli stessi funzionari di polizia che debbono avvalersene sono i primi a esprimere critiche, affermando spesso che ad esempio gli stessi tempi di trattenimento sono troppo lunghi. «O riusciamo ad identificare una persona in pochi giorni, con l’aiuto dei consolati o è impossibile», la dichiarazione più frequente.
Negli anni aumenta prima il numero di centri (nel frattempo nell’acronimo sparisce la A di assistenza) e poi con le modifiche al T.U. introdotte con la Bossi – Fini raddoppia il tempo massimo di detenzione che diviene di 60 giorni. I centri non diventano per questo “più efficienti” nel provvedere ai rimpatri dei destinatari di decreti di espulsione, anzi c’è un calo mentre aumentano le denunce per violazioni dei diritti umani ai danni dei migranti.
I centri nel frattempo, con enormi investimenti, si adeguano, assumendo sempre più l’aspetto di strutture detentive di massima sicurezza. Quello che era in luce dall’inizio si palesa in maniera ancora più evidente, si sono create vere e proprie “istituzioni totali” peraltro in totale assenza di uniformità regolamentare come avviene nei penitenziari.
Pochi spazi sociali, sbarre e gabbie dappertutto, meccanismi di controllo in ogni stanza. Sorgono centri nuovi o vengono ristrutturati i vecchi per rendere più difficili le fughe e le rivolte che invece aumentano.
Numerosi sono anche i tentativi di produrre inchieste su tali strutture, estremamente interessante il rapporto redatto da Msf nel 2004 e altrettanto critico quello prodotto dalla commissione governativa presieduta da Staffan De Mistura nel 2007: si inizia a parlare di superamento dei centri e della loro ingestibilità.
Ma la risposta che poi offre la politica si dirige nel senso opposto. Nonostante la cosiddetta “direttiva rimpatri” (115/2008) emanata dalla U.E. stabilisca che il trattenimento deve costituire l’estrema ratio – che l’Italia recepisce in maniera parziale e arbitraria – per identificare una persona irregolarmente presente sul territorio di uno dei paesi membri, il governo Berlusconi porta, attraverso il “pacchetto sicurezza” a sei mesi il tempo massimo di detenzione.
I centri che, a quel punto assumono il nome di Cie, rendono ancora meno giustificabile la loro esistenza. Calano i rimpatri coatti, aumenta un intasamento nei centri delle stesse persone. Nel luglio 2009 l’ulteriore stretta, il termine viene portato a 180 giorni. Strutture pensate per essere di transito diventano, per ammissione degli stessi trattenuti, peggiori delle carceri. Non è casuale il fatto che in questo periodo si registri il maggior numero di rivolte, di tentativi di fuga o di suicidi. Il risultato è che aumenta il numero di permanenza dei singoli individui, diminuiscono i posti disponibili e quindi, anche seguendo la logica che ne giustifica l’esistenza, si dimostrano fallimentari.
L’estate del 2011 è un ulteriore tappa nella via crucis della detenzione amministrativa in Italia. In coincidenza con gli effetti delle cosiddette “Primavere arabe” – tra i quali una intensificazione degli sbarchi da Tunisia e Libia sulle coste di Lampedusa – il governo Berlusconi risponde con la conversione di due direttive europee, quella sulla libera circolazione (la cui conversione era già scaduta nel 2010) 2004/38/CE e quella sui rimpatri 2008/11/CE attraverso il decreto legge 89 del 2011 con cui, tra le altre cose, il termine della detenzione viene protratto a 1 anno e mezzo. Qualche mese prima, intanto, attraverso la direttiva 1305 dell’1 aprile, il governo Berlusconi aveva deciso di restringere l’accesso ai Cie solo ad alcune realtà. Da queste era esclusa la stampa. E’ la circolare che fa partire la campagna LasciateCIEntrare.
I CIE oggi funzionanti sono per la maggior parte dislocati in aree periferiche rispetto alle città, opprimente la presenza di sbarre e di strumenti di controllo, critica la situazione socio sanitaria, frequenti le denunce di abusi e di violenze subite. Gabbie enormi circondate da cemento, letti cementati al pavimento, attimi di socialità e di comunicazione con l’esterno sovente legati alla discrezionalità dell’ente gestore e dalla disponibilità degli operatori.
Strutture irriformabili per loro stessa natura e che, insieme alla detenzione amministrativa andrebbero cancellate dal vigente ordinamento. Una questione italiana ma che deve interessare l’intero continente dove sono almeno 200 le strutture simili operanti.
Dall’autunno del 2012 la campagna promuove azioni di testimonianza e pressione politica per chiedere esplicitamente la chiusura dei Centri di espulsione e identificazione. Tuttavia, dopo una parziale messa in discussione delle politiche fallimentari di detenzione e una sensibile diminuzione dei giorni di trattenimento (a ottobre del 2014, un emendamento dei senatori Manconi e Lo Giudice alla legge Europea 2013bis, ha consentito la riduzione del periodo massimo di trattenimento degli stranieri all’interno dei CIE a novanta giorni) e del numero dei centri, le recenti e nuove disposizioni della legge Minniti-Orlando (decreto n. 13 del 17 febbraio 2017), riprese dal neo ministro dell’Interno Salvini – vanno in tutt’altra direzione: oltre a rinominarli in Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) prevedono la riapertura dei centri chiusi, portandoli addirittura a uno per regione. Il Decreto su immigrazione e Sicurezza del 5 ottobre 2018 prevede infine l’incremento dei giorni di trattenimento (da 90 a 180). (Fonte https://www.lasciatecientrare.it/cosa-sono-i-cie-cpr/ )
“A. mangia sotto la coperta per il freddo insopportabile, dopo essere caduto dal tetto, è poi stato riportato in cpr, “fortunatamente” non aveva lesioni gravi . Aspetta di uscire, ha da poco svolto l’ intervista in commissione in procedura accelerata. Negli ultimi giorni ci sono state diverse proteste sfociate nel fuoco ai materassi di gommapiuma, con il “puntuale” intervento della polizia con caschi e manganelli. Le proteste sono principalmente legate al freddo, la mancanza di assistenza, l” ingiustizia di una condanna di rimpatrio inaccettabile. Pochi giorni fa un giovane egiziano, dopo gli scontri, si è sentito male, ed ha a lungo atteso l’intervento dei sanitari, mentre in un angolo residuale un fuoco dell’ennesima rivolta. Oggi è fuori dall’incubo cpr: ” lui almeno sta fuori, io non lo so qui è bruttissimo davvero” ripete A. In un altro modulo alcuni cittadini gambiani attendono di ricevere la conferma della nomina di un avvocato di fiducia ” qui ci sono sempre rivolte, non è sicuro, sono molto preoccupato”, ripete L. che da pochi giorni a Gradisca non è riuscito mai a dormire. I ragazzi girano nei moduli semidistrutti mostrando ancora una volta i soliti bagni alla turca sporchi da giorni ” le bestie in strada vivono meglio, almeno sono libere”. Chi protesta in un cpr subirà con il nuovo ddl1660 un peggioramento delle pene e dei tempi di arresto. Chi riesce a fuggire senza ferirsi gravemente come A. in attesa di intervento in ospedale, ritorna per un pò a quella dignità umana rimossa totalmente nel cpr. La fuga è legittima difesa. Restiamo solidal* a tutti i trattenuti che con coraggio raccontano con video e foto che stanno facendo girare in rete quanto subiscono. (di Yasmine Accardo – Fonte https://www.lasciatecientrare.it/la-fuga-e-uno-strumento-di-difesa/ )
“In Europa aumentano i reati di solidarietà. A confermarlo l’ultimo report dell’Institute of Race Relations (Irr) di Londra dal titolo “Humanitarianism: the unacceptable face of solidarity” -“Aiuto umanitario: la faccia inaccettabile della solidarietà“. Da anni la Campagna LasciateCIEntrare lotta con gli attivisti presenti sul territorio italiano, da sempre impegnati nella difesa dei diritti umani, a fianco di tutti coloro che si sono visti impedire di poter praticare solidarietà. Dagli attivisti di Ventimiglia a Udine con i volontari di Ospiti in Arrivo. In tutta Italia. La criminalizzazione è passata e passa dai fogli di via, dalle incriminazioni per favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Noi stiamo con gli attivisti. Noi siamo gli attivisti. L’Italia, sottolinea il report, si conferma tra i paesi più duri, ma ciò non arresta la nostra battaglia per l’accesso nei centri. Secondo i ricercatori, infatti, la securizzazione del sistema di accoglienza e la criminalizzazione del sostegno ai rifugiati e i migranti sono due facce della stessa medaglia, con implicazioni significative per la ricerca. Entrambi tengono gli osservatori indipendenti fuori dai luoghi dove, dopo l’arrivo, i rifugiati e i migranti vengono controllati e schedati. Ma non ci fermeremo.” Per consultare e scaricare il report: https://www.lasciatecientrare.it/crescono-i-reati-di-solidarieta-ecco-come-leuropa-punisce-chi-aiuta-migranti-e-rifugiati/
Molti altri approfondimenti sono consultabili sul sito della campagna LasciateCIEntrare, nelle varie sezioni dedicate.
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Yasmine Accardo; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Il racconto di Yasmine Accardo ci ricorda quanto dovremmo ragionare sul nostro privilegio, sulle tante fortune immeritate che abbiamo. La sua voce è un megafono ma lei stessa ci ha ricordato che i veri attivisti sono le persone, i rifugiati e i richiedenti asilo ingiustamente detenuti nel nostro paese senza aver commesso reato e solo perché privi di documenti (di per sé difficilissimi da ottenere).
I media, le istituzioni e i governi fanno di tutto per peggiorare le condizioni di vita di tutti e in particolare di quelle persone considerate di serie Z. Media allineati al potere, istituzioni, governi puntano insomma sempre a mettere le persone le une contro le altre per individuare facili bersagli, nemici perfetti da dare in pasto all’odio e all’ignoranza di chi ha solo bisogno di prendersela con qualcuno e se la prende con i più deboli.
Eppure il dato di fatto è che i veri nemici contro cui dovremmo tutti insieme combattere sono i potenti, gli sfruttatori, chi si nasconde dietro il denaro, quell’1% più ricco della popolazione mondiale che detiene il 45% della ricchezza del pianeta.
Possiamo fare qualcosa dunque? Certo che possiamo: denunciando, parlando, ascoltando chi attraversa queste aberrazioni e questo calpestamento della dignità umana, facendo le scelte giuste ed etiche. Possiamo farlo imparando ad accorgerci del dolore che ci passa accanto, senza mettere sempre i nostri bisogni prima di tutto e senza considerare come esempi di vita i ricchi, i privilegiati, chi fa apertamente del male al prossimo e chi lo fa comunque ma vestendo l’abito di brave persone.
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
