“In un momento in cui la sensibilità è altissima possiamo certamente continuare a promuovere i nostri prodotti e servizi a patto che ciò sia fatto con buonsenso, non approfittando dell’emergenza e, soprattutto, evitando di fare troppo i simpatici su una situazione che sta portando via persone care e mettendo in ginocchio sistema sanitario e imprese.”
Queste sono le parole che Veronica Gentili ha usato nel testo Consigli pratici di Social Media Marketing ai tempi del coronavirus.

Sono parole che condivido. Un pensiero necessario rivolto a chiunque in questo momento lavori, in azienda o come libero professionista, e debba promuovere i propri prodotti e servizi durante l’emergenza sanitaria.
Certo, l’economia deve andare avanti per quanto possibile. Ma chi in questo momento cerca di mandare avanti le proprie attività è chiamato a farlo senza rimetterci la propria faccia.
E, salvando la faccia, si evitano anche inciampi nella comunicazione.

Non di soli #XYnonsiferma vive l’uomo. E soprattutto non di soli hashtag vive la comunicazione di brand e professionisti.
La comunicazione fatta bene parla con altre parole, parla la lingua della vita, parla una lingua primordiale che spesso dimentichiamo presi dal burocratese del nostro sentirci in lotta per essere “performanti”.
La comunicazione perbene non si interroga su come far presa sui clienti o possibili tali, ma piuttosto scava per quanto possibile nelle esigenze delle persone. Cerca di avvicinarsi agli altri con parole semplici, dirette. Con le parole perbene, appunto, quelle che bussano prima di entrare, quelle che chiedono “è permesso?”, quelle appropriate e delicate, quelle generose, quelle che comprendono la situazione, quelle che ti stordiscono per quanto sanno essere reali e dirompenti. Quelle che capiscono la disperazione degli altri e lo smarrimento e cercano di andare in soccorso con i mezzi che sanno e nella misura in cui gli è concesso fare.

Una comunicazione del genere non è mai tempo sprecato. Può portare i suoi frutti, anche economici, e di certo porta molti frutti tangibili e relazionali se oltre a proporre un servizio mi dona anche una direzione, un modo di pensare, un’emozione, un’esperienza, un racconto, una storia da ricordare, una storia che mi faccia ricordare anche la mia.

Parto da queste premesse per dire che apprezzo molto tutti i professionisti che in questo momento non cercano solo di vendere e non approfittano della situazione per accelerare il “business” o per aumentare le attività ma per rendersi utile con i mezzi che possono e che sanno usare.
Perché non è vero che basta dimostrare di essere smart e produttivi per fare di noi persone o aziende “vincenti”.

Da quando questa emergenza ci sta tenendo tutti a casa, ho capito molte cose sulla comunicazione. E le ho capite pur non avendo avuto ancora modo di seguire tutti i corsi mirati che mi riprometto ogni giorno di cominciare. Ho tanto ancora da imparare, e unire le passioni, il lavoro e l’aggiornamento non è sempre facile.
Io sono una di quelle persone fortunate (e me ne vergogno) che in questa situazione può ancora lavorare in smartworking.
Penso però a chi ha perso le persone care senza poterle abbracciare un’ultima volta. Penso a chi perde il lavoro, a chi fino a poche settimane fa lavorava a nero e domani non sa che farà della propria vita. Penso a chi non può lavorare da casa e non ha i mezzi per continuare a vivere dignitosamente. Penso a chi vive nel dubbio, a chi non sa se ce l’avrà ancora un lavoro, quando si potrà tornare alla “normalità”.
Ma a quale normalità vorremmo tornare? A quella in cui, se hai il posto al sole, non pensi più quanto sia importante comunicare bene?
Nessun posto sarà veramente al sole, se dovrai continuare a produrre e a fare attenzione anche a come comunichi. Il mercato sa essere impietoso, ma non sempre è colpa del mercato quando le cose vanno male.
Le aziende e i professionisti, ora più che mai, devono dimostrare quanto valgono.
C’è chi lo sta dimostrando: alcune in bene, altre in male.

Il virus ha di buono che porta al pettine molti nodi. E chi prima dell’emergenza non sapeva fare buona comunicazione, ora si ritrova a non sapere cosa dire. A non sapere cosa fare se non scopiazzare a destra e a manca. Si ritrova a fare scena muta oppure continua esattamente come faceva prima, senza avere un piano o un’idea, pensando a volte che basti solo qualche # in più.

Grazie a questa emergenza ho capito cosa vuol dire fare comunicazione.
Ho capito cosa vuol dire farla bene davvero, farla con cognizione di causa, con coscienza, con la passione di chi comunica anche per vendere ma tenendo prima di tutto bene a mente che quel che conta (sempre!) è restare una persona perbene. E quindi anche un’azienda o un professionista perbene.
Credo che essere perbene per le aziende sia diventata un’impresa ardua da mantenere nel tempo, anche per le difficoltà di farsi strada e restare nel mercato, anche per la difficoltà di vendere e per mille altre ragioni.

Da quand’è che si comincia a scendere a patti con il diavolo (o con il “vile” danaro) e ci si snatura? A che punto si perdono idee ed entusiasmo?
In questo turbillon di domande esistenziali, reduci anche da un’economia non più florida in molti settori, comincio a credere che in pochi si pongano ancora certi interrogativi. Chi riesce a comunicare bene ha una marcia in più e ha già vinto. Ha vinto agli occhi di chi lo guarda, ha vinto agli occhi di persone normali come me che si commuovono leggendo una newsletter o colgono la disponibilità di professionisti generosi che rispondo alle domande, alle richieste e mettono in campo il proprio sapere.
Chi comunica bene, chi ha dentro di sé una passione, chi ha la mano che non smette di correre mentre scrive un nuovo testo, beh quelle persone hanno davvero il mondo interiore che serve per fare il mestiere del comunicatore. E in più hanno coraggio. Hanno scelto uno stile preciso, cercato con cura, cesellato con dedizione e lealtà.
La loro comunicazione allora ha un perché, ha un valore che non sia solo fuffa o tentativo di vendita travestito da aiuto ma azione quotidiana, attenzione all’altro, profondità, scelta attenta delle parole, intuizione, ardore.

La capacità comunicativa dipende dai settori? Non direi.
Credo che, nel caso dei brand, ci siano molte figure manageriali stanche del lavoro che fanno, stanche di dover rendere rendere rendere, e poi di dover sempre vendere, vendere, vendere.
Certo, ci sono sempre bocche da sfamare e ci saranno sempre nuovi bisogni da soddisfare. Ma se vuoi ottenere risultati che restano e se vuoi che si abbia un buon ricordo di te, nella vita e nel lavoro contano molto i mezzi che usi e i compromessi a cui non scendi.

Contano soprattutto le parole e le scelte comunicative che fai.

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Faccio un esempio di comunicazione ben fatta, che mi serve per dimostrare quale sia la comunicazione che io definisco “perbene”.
In questi giorni ho approfondito la conoscenza de La Content.
Mi sono iscritta alla loro newsletter dopo aver letto un po’ dei loro testi, aver capito in cosa consiste la loro attività ed essermi iscritta al gruppo Facebook dedicato alla community La Content Academy.
Nessuno dei professionisti che lavorano per La Content sa di questo mio testo, lo scopriranno se e quando lo leggeranno. Io non devo favori a loro, loro non devono favori a me. L’obiettivo qui è dare evidenza di un lavoro ben fatto, non cercare qualche spazio di attenzione per me.

Riporto questo esempio perché la loro comunicazione per me è genuina, perché hanno il modo di fare di chi sa far bene ed è appassionato. Questo stile si riconosce subito attraverso una parola magica che sta bene come le cotiche con i fagioli e che è tanto pronunciata quanto poco adoperata. La chiamano umiltà.
Quando si nomina questa parola, qualcuno storce il naso. No, ora non vi propinerò un pantagruelico pippone su quanto conti l’umiltà: ognuno sa e sceglie da sé se praticarla. Se non la possiedi, non te la posso spiegare io e non puoi inventartela.
Ripensandoci però più che umiltà userei un altro termine: cosciente consapevolezza. La cosciente consapevolezza ti aiuta a riconoscere i tuoi limiti e a migliorarti. Ti permette di trattare tutti come tuoi pari, con rispetto, perché non ti ritieni migliore di nessuno e perché tutti per te hanno il diritto e la dignità di essere ascoltati.

Si dice spesso che l’atteggiamento di enorme umiltà appartenga ai più grandi. Per fare un esempio, in un articolo dedicato a Tullio De Mauro l’autore Riccardo Piaggio ha scritto:
“Tullio De Mauro, linguista, Ministro della Cultura, umanista e soprattutto Grande lettore, ci suggeriva qualcosa di potente, da maneggiare con cautela: la cultura non è ciò che sappiamo, ma ciò che siamo, è la sintassi delle relazioni umane e sociali. Delle quali, per la non comune umiltà, era un maestro.”

Vado al sodo, prima che il panegirico sull’umiltà si protragga troppo.
Durante la diretta Facebook organizzata da La Content sabato 28 marzo una persona tra gli ospiti, Simona Ruffini, ha detto «È arrivato il momento di tessere la rete della consapevolezza e del noi. Fossati mi ha insegnato il peso delle parole e la necessità di sceglierle in maniera quasi maniacale. Le aziende ora devono fare questo: pensare al noi».

Io vorrei che il virus ci aiutasse a rimetterci in testa che il Noi vale ancora. E deve valere anche per chi ragiona con il pallottoliere in mano pensando che l’economia debba andare avanti costi quel che costi e con lei anche gli interessi dei singoli e delle loro tasche.
Penso a chi in questi giorni fatica a immaginare il futuro.
Penso a chi non si lamenta della mancanza di ossigeno ma della mancanza di lavoro.
Penso a quelli che al lavoro ci vanno attraversando mille difficoltà e per i quali muoversi da casa a lavoro non è un momento di svago.
Penso a chi vive di lavori precari, a chi deve inventarselo con fatica il lavoro.
Penso a chi non trova più parole, perché ha perso qualcuno o semplicemente perché ha perso la speranza.
È a persone come loro che dobbiamo imparare a parlare, rivolgendoci a tutti loro con il rispetto dovuto e facendo della comunicazione un ponte di parole accoglienti, calde, buone, consapevoli, comprensive.

Vorrei dire grazie a Cristiano Carriero di La Content per la gentilezza con cui mi ha risposto quando gli ho chiesto di poterlo intervistare.
Dico grazie anche ad Alessandro Piemontese che, quando ho scritto chiedendo se fosse possibile accedere alle loro email inviate quando non ero ancora iscritta alla newsletter, mi ha inoltrato tutte le precedenti in posta.
Nei primi giorni di questa reclusione forzata imposta per limitare i danni del Coronavirus, La Content ha messo a disposizione gratuitamente tre lezioni su alcuni temi trattati da La Content Academy: Social media marketing, Storycontent, Narrazione e scrittura.
Un modo per fornire alle persone contenuti, trasmettendo così valore, competenze e l’idea potente che possiamo venirci tutti incontro con i mezzi che abbiamo.

Questa è comunicazione perbene!

Dietro la comunicazione fatte bene c’è pianificazione, studio dei contenuti e soprattutto valore aggiunto. Dato che chi crea contenuti o vuole promuovere i propri servizi e prodotti online deve tenere presente la parola valore. Un termine che abbonda sulle bocche di chiunque e che si pensa debba fare per forza a cazzotti con il guadagno, ma che di fatto porta a grandi traguardi.
Ci sono tante strade per mettere in campo il proprio valore e sono strade difficili che costano fatica e accortezza. Costano la fatica di mettersi a nudo per certi versi e la voglia di rimettersi a immaginare nuove vie senza dare per consolidate le antiche tecniche di comunicazione stipate in un rigido schema preconfezionato.

Ringrazio chi fa comunicazione perbene, perché io credo con fermezza che nella vita non si vada avanti solo a calci nel sedere. Non credo a chi guarda con invidia le persone che nella vita hanno costruito qualcosa di buono. A meno che questa invidia non sia, in ottica costruttiva, un modo per far bene e trarre esempio.
Devi essere bravo, devi avere le competenze necessarie, devi essere disposto ad aggiornarti e a non sederti sugli allori, devi avere a cuore quel che fai e devi farlo con cura senza abbassare la guardia.
Soprattutto devi avere sostanza dentro di te, e devi avere ideali alti che non siano parole vuote.
Devi avere il coraggio di non sentirti più figo e più grande degli altri. E poi devi coltivare il coraggio di sbagliare.

Devi avere la voglia di provare a far meglio, a non ristagnare in poche certezze. Questa dovrebbe essere prerogativa di tutti, soprattutto di chi comunica attraverso il proprio lavoro (e cioè tutti).
Spero che agenzie di comunicazione come La Content, e come molte altri brand e professionisti che fanno bene il proprio mestiere, possano essere di esempio per quelli che invece si sono arresi, che pensano che l’innovazione sia solo una bella parola immobile nel vocabolario, che non mettono cuore in nulla, che si sono arresi a timbrare il proprio immaginario cartellino nella vita professionale.
Appendendo già al chiodo tutto il resto.

E così, a chiosa finale dacché mi sento molto ispirata, propongo una canzone che mi gira in testa in questi giorni.
La inserisco in chiusura, anche se ero indecisa, ma mi sono detta che non devo avere paura di lasciare spazio anche al lato romantico.
Se perdiamo questo coraggio, cosa ci resta?
Chi comunica non deve dimenticare cosa vuol dire essere sognatori come quando eravamo bambini e chiudevamo gli occhi immaginando il domani.
Volevamo diventare subito grandi allora, adesso vorremmo fermare il tempo per navigare su quelle stelle che sognavamo di raggiungere.

Se tu vedessi il cielo che cos’è
Ci sono stelle grandi come te
Io che comincio a sognare
Non lo facevo da un po’
Due grandi ali
Stanotte, vedrai, volerò.
La terra si allontana dietro me
Dimenticando tutto, anche te,
E volo sulla città
Ora è un puntino laggiù
E volo in alto
Più forte arrivando nel blu.
E allora su, volo più su
Dove c’è sempre la neve
Dove la fretta no, nemmeno un po’
Mi può sfiorare
E faccio mille acrobazie
Senza stancarmi di andare
Di respirare
Giù, fermo laggiù,
Mi guarda il mare

Un ombrello di nebbia poco in là
Nasconde qualche cosa, una città
Forse è Milano o Bangkok
Forse è Parigi o New York
Forse è la grande vallata
Che sogno per me
Nessuno mai l’ha saputo che c’è
E c’è la luna più in là
Un’altalena che va
E la sua luce al ritorno
Mi accompagnerà.
E allora giù, scendo più giù
Mi sdraio sopra una nuvola
Nel silenzio giù
Dove di blu c’è solo il mare
E ci sei tu, mi aspetti tu
Che non hai visto quel cielo,
Quell’universo blu
E non lo sai che so volare.

Se tu vedessi il cielo che cos’è
Ci sono stelle grandi come te
Io che comincio a sognare
Non lo facevo da un po’
Due grandi ali, stanotte
Vedrai volerò
Se vuoi volare ci riesci
Per un po’

(Rime per un sogno, Fabio Concato)

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Laura Ressa

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Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea