Me lo ricordo bene quel tavolo di lavoro nella Piccola Scuola Jepis Bottega in cui Giuseppe Jepis Rivello disse che gli sarebbe piaciuto raccontare le sue scarpe e, con loro, la storia che rappresentavano. Era un venerdì di una settimana come tante. Nella piccola scuola si parlava di esperimenti narrativi e di oggetti che fanno parte della nostra vita: non avrei immaginato che Jepis da quell’idea avrebbe dato vita a un progetto editoriale che rendesse parlanti le scarpe.
Quel progetto si chiama “Scritte” e oggi ci invita a portare ai nostri piedi storie che camminano con noi.

Si tratta di storie che raccontano di noi, le nostre, quelle che ci rappresentano, che dicono chi siamo, che ci ricordano le origini e le radici da cui proveniamo. Qualche settimana fa decisi di acquistare le scarpe del #lavorobenfatto e oggi ho aperto il pacco che le conteneva. Voglio raccontarvi la meraviglia di avere fra le mani il prodotto sapiente di artigiani delle scarpe, artigiani del senso, artigiani del racconto, e artigiani della vita.
Queste scarpe sono nate dalla mente e dalla parole di Giuseppe Jepis Rivello, Vincenzo Moretti, Giuseppe Cacetta Pellegrino e dalle mani degli artigiani di Patrizio Dolci.

Scritte: Raccontare il senso dei nostri passi, le storie che portiamo con noi

Artigiani e narratori hanno messo in questo prodotto le loro parole, la loro vita, la loro arte, il loro senso del lavoro, la professione e la cura nel creare qualcosa destinato ad altri.
Rigirando tra le mani queste scarpe, osservandone bene il colore e la forma, annusandone il profumo ho pensato: io sarei molto attaccata a un oggetto creato da me, non vorrei separarmene. Ho pure pensato, quindi, quanto ammiri chi crea pezzi unici non in serie, chi è artigiano per davvero e lascia andar via le proprie creazioni, le proprie creature, affinché possano continuare a vivere altrove. È una grande emozione per me scartare un oggetto del genere, perché queste scarpe di fatto non sono solo oggetti, non sono lo status symbol per il quale farsi invidiare, non sono la loro marca. Ne vediamo tanti di esempi in cui portare su di sé un marchio è qualcosa di ambito, di desiderabile.
C’è chi vive per farsi guardare, per farsi invidiare, per mostrare di sé la superficie: è una scelta personale, certo. Ma quella superficie, per quanto ostentata possa essere, per me non sarà mai parlante se oltre non c’è la vita di chi indossa o compra l’oggetto in questione. Se c’è una realtà oggettiva è che non saremo mai gli oggetti che portiamo, e per quanto io lavori da vari anni nel mondo del marketing sarò sempre distante dall’idea di mercato come luogo di bisogni indotti che non ci rappresentano.
Non smetterò mai di credere che anche in un oggetto ci debba essere un’anima e il racconto di chi siamo, a prescindere dal costo, a prescindere dall’uso. Non una marca dunque, ma un’idea, una filosofia di vita, qualcosa di cui essere fieri. Perché dietro questi oggetti ci sono persone, dietro queste scarpe in particolare c’è tutto ciò in cui credo: far bene le cose perché è giusto, è bello e conviene a tutti. Far bene le cose perché ci rende persone migliori.

Quando indosserò queste scarpe, quindi, io che probabilmente suscito l’ilarità di chi cambia armadio ogni tre giorni o indossa solo abiti e scarpe “alla moda” o distintive di una fascia sociale, sarò ancora più orgogliosa di quello che ho scelto, di quello che indosso. Sarò fiera di portare ai piedi artigianato e soprattutto SENSO!

Il cammino quotidiano e il coraggio di vivere

Ho sempre avuto il desiderio di compiere il cammino di Santiago de Compostela un giorno o l’altro. Un’idea che è rimasta ancora irrealizzata per ora. Penso che una volta indossate queste scarpe, farò un grande e lungo cammino ogni giorno perché ogni giorno bisogna condire di coraggio i propri passi. Forse non ci facciamo caso, ma prima o poi ci ritroviamo a capire che in alcuni momenti decidere di alzarci al mattino, di allacciare le scarpe e uscire per affrontare una nuova giornata è davvero la scelta più coraggiosa che possiamo fare.



Perché ho scelto le scarpe del #lavorobenfatto

Tutto nasce dal Manifesto del Lavoro Ben Fatto di Vincenzo Moretti. Le due frasi incise sulle scarpe sono tratte proprio da lì: “Il lavoro ben fatto è il suo racconto” e “Nessuno si senta escluso”.
Credo moltissimo in questo manifesto, ed è stata questa la ragione che mi ha spinto a voler far mie proprio le scarpe del #lavorobenfatto, oltre che per il grande valore di questo progetto.
A Vincenzo e a Jepis ho raccontato perché ho scelto di acquistare proprio quelle scarpe e dalla motivazione è nato un testo di cui riporto qui una parte.


Il messaggio che mi guida è nel concetto di verità, in quello di trasparenza e coerenza, in quello di fragilità. Dobbiamo avere la forza di abbracciare le nostre fragilità senza travestirle.
Non è vero che dobbiamo mostrarci sempre forti e vincenti: usare la forza a volte fa perdere di vista il fatto che la percezione di potere non ci restituisce dignità. […]
Mia madre quando ero bambina mi ripeteva sempre: “non mi importa se gli altri si sono comportati male, mi importa come ti sei comportata tu!”
Quando penso a dove voglio portare questa storia penso alle persone che perdono la propria strada e che si bloccano pensando di non riuscire a fare altri passi. Penso a chi perde il lavoro, a chi affronta una malattia, a chi viene umiliato, a chi ha talento ma è guidato da inetti, a chi ha tanto da dare ma nessuno che sappia cogliere quel tanto, a chi subisce le angherie di chi si crede migliore.

Non dare nulla per scontato è il messaggio che vorrei arrivasse a chi pensa di essersi perso e invece può cominciare a guardare da altre prospettive. Cadendo impariamo ad alzarci. […]
Voglio aggiungere che ho scelto di portare ai piedi le scarpe del lavoro ben fatto perché sento che raccontano la mia vita e tutto ciò che la mia famiglia mi ha insegnato. Fare bene le cose, cercare di dare il meglio alle persone e in quel che si fa.
[…] Quando da adolescente provai a imparare il punto croce, guardavo spesso dietro la stoffa il filo ingarbugliato. Non andava bene lavorare in quel modo, perché ciò che è ingarbugliato dietro dove nessuno guarda apparirà ingarbugliato anche sulla superficie visibile a tutti. Io credo che anche le persone siano così: i nostri ingarbugliamenti interiori però possono essere di vari tipi. Ci si può ingarbugliare perché si sta imparando oppure perché si nasconde un volto diverso dietro la superficie. Un po’ come nella storia di Dorian Gray.
[…] Chi fa male le cose, chi tratta male le persone, chi ha smesso di imparare, ha smesso di vivere.
Quindi portare ai piedi quelle scarpe mi renderà più forte, mi farà sentire più viva soprattutto in tutti quei contesti in cui si vive pressoché di apparenze.


Il testo integrale è qui: https://www.scritte.blog/2021/02/23/laura-ressa/

Fare le scarpe agli altri / osservare le scarpe altrui

Non so voi ma nella mia mente, quando penso alle parole o alle immagini associate alle scarpe, penso anche alla frase “Fare le scarpe”. Nel significato meno nobile di questa frase non c’è l’idea dell’artigiano che realizza scarpe ma della persona pronta a fare lo sgambetto al prossimo. La frase “fare le scarpe” infatti vuol dire, in questa accezione negativa, imbrogliare qualcuno, con riferimento in genere al mondo del lavoro, e prendersi gioco del prossimo per sottrargli il ruolo o la posizione che occupa.

Spesso mi è capitato anche di ritrovarmi di fronte chi osserva le persone dall’alto in basso, chi parla con te ma nel frattempo si distrae per osservare nel dettaglio le scarpe e il vestiario di tutti i passanti. Ho sempre trovato molto disturbante questo modo di fare, mi deconcentra dall’argomento e rende la conversazione poco piacevole. Eppure c’è chi lo fa sempre, magari sovrappensiero o per abitudine radicata. Magari senza nemmeno rendersene conto.
La società che abitiamo si misura con se stessa anche in queste piccole e impercettibili pratiche. Anche nelle scarpe, anzi proprio nel rapporto con le scarpe, con l’abito, con il ruolo, con la posizione, con l’ambizione di scalare, di andare oltre se stessi con il rischio molto alto di perdersi tra finzione, realtà e maschere.
Ho difficoltà a interagire con chi si fa distrarre sempre da un suono di scarpe, dalla vista dei passanti, dagli abiti e dagli accessori che indossano gli altri. Mi chiedo cosa passi nella loro mente in quegli attimi reiterati di distrazione.
Fateci caso se vi capita e, se vi va, chiedetevi: io lo faccio? Come posso girare lo sguardo sulle cose che davvero hanno valore?

Queste scarpe le indosserò anche per chi guarda solo la superficie, per chi si distrae facilmente. E chissà che, guardando meglio le mie scarpe, non si soffermino a leggere il messaggio scritto: il lavoro ben fatto è il suo racconto, nessuno si senta escluso.


Dal 46 al 36

Quando Vincenzo Moretti mi ha raccontato della spedizione delle mie scarpe, ha detto che tra le sue e le mie c’è una bella differenza. Difatti lui calza 46, io 36. Se le mettessimo vicine, le nostre scarpe sembrerebbero quelle di un gigante accanto a quelle di una bambina. Dopo aver sentito le sue parole, ripensando alla differenza di 10 numeri che passa fra il 36 e il 46, ho ripensato al racconto “da 99 a 100“, quello in cui si parla del rapporto tra maestro e allievo e di come la conoscenza e la voglia di imparare sempre si esplichi tutta nell’ultimo gradino della conoscenza: quello che da 99° ci conduce al 100° gradino.

E allora mi sono detta che ciò che vale per i gradini può valere anche per la taglia delle scarpe e, quindi, per i passi.
Quanti passi ci sono tra il numero 46 e il 36? Quante esperienze tra una vita e l’altra, tra un piede e un altro? Quante consapevolezze dona il tragitto già compiuto e in che modo le strade che percorriamo aiutano i nostri passi ad avere un andamento più o meno sicuro, più o meno attento ai pericoli, più o meno disposto a percorrere strade mai battute, più lento o più veloce?

una scatola in legno: scrigno di nuovi passi

Oggi ho aperto la scatola in legno che contiene le mie scarpe del #lavorobenfatto.
Aprendola, ho respirato appieno il profumo dei materiali, sono riuscita a sentire il rumore degli attrezzi del mestiere e a immaginare le mani degli artigiani che hanno realizzato scarpe e scatola.
Tutto questo ha un senso e un valore inestimabili. Artigiani delle scarpe, della narrazione e del senso hanno creato un mondo, un universo intero racchiuso in una scatola.

Ai piedi ora ho le mie nuove scarpe: preludio di una strada nuova e di nuovi passi da compiere.
È stato bello aprire la scatola in famiglia: siamo rimasti a bocca aperta nel notare la qualità delle scarpe e la cura nella confezione.
Una scatola in legno che si apre come uno scrigno svela all’interno un portachiavi, dei lacci di colore diverso per fare da ricambio a quelli sulle scarpe, un foglio arrotolato con su scritto “Nessuna storia merita di essere buttata“, un sacchetto nero contenente le meravigliose scarpe del #lavorobenfatto realizzate a mano.
Il frutto di sudore, di lavoro. E poi in tutto questo ci sono le parole e la mente di Giuseppe Jepis Rivello e di Vincenzo Moretti, le foto di Giuseppe Cacetta Pellegrino a rendere le scarpe non solo un prodotto finito ma una storia che camminerà con me d’ora in poi.
Sono convinta che se esiste un modo di essere e di lavorare etico e sensato sta proprio nell’impegno di creare qualcosa che non sia solo un prodotto da vendere o da usare e poi buttare, ma che abbia in sé tutta la sapienza e l’esperienza di chi lo ha creato.
Dietro queste scarpe non c’è una marca, non c’è uno status symbol, c’è la vita di chi le ha assemblate. C’è anche la mia vita, c’è il significato, vero, puro e profondo di cosa vuol dire “lavoro”.

Primo Marzo: metto le scarpe e mi alzo

Le mie scarpe sono arrivate a casa il 1° Marzo.
Per me Marzo è da sempre un mese particolare perché la fatica più grande, quando inizia l’anno nuovo, è l’idea di dover superare Gennaio e Febbraio. Sono mesi che vorrei cancellare dal calendario: buio, freddo, pioggia, le giornate che sembrano eterne notti e l’alzarsi al mattino che diventa un’impegno gravoso quanto spostare grossi mattoni. Gusti personali, senza dubbio. C’è chi adora l’inverno, ad esempio. Io no, a me fa accatastare tristezza come legna da ardere.
Quindi di solito attendo Marzo contando i giorni che mi separano da lui, osservando ogni giorno il cielo negli ultimi istanti prima che il sole tramonti e cercando di calcolare di quanto ogni giornata si sia allungata.

Anche quest’anno, come ogni anno, Marzo è arrivato. Stavolta, davvero, mi è sembrato che il buio sia durato meno, che i primi due mesi dell’anno per una volta mi abbiano fatto il regalo di passare velocemente.
E siamo un’altra volta al mese in cui spero di vedere più sole, di recuperare più tempo, di vivere meglio. Forse resta un’illusione ma l’arrivo di questo mese stavolta mi ha portato delle scarpe nuove ed è da quelle che posso provare a ripartire.

Con l’arrivo di Marzo mi immagino sempre di poter fare lunghissime passeggiate all’aria aperta, che puntualmente non faccio. Se volessimo considerare questo come il mese delle rinascite, penso che per una volta io possa anche associarlo a qualcosa che comincia, a una strada nuova.
Del resto non è più tanto importante la fantomatica strada che compiamo, ma lo spirito con cui la percorriamo! Le strade, di per sé, sono sopravvalutate, come se dovessero fare loro la differenza quando invece siamo solo noi che decidiamo di farla.

Le mani

L’ultimo capitolo di questo mio racconto è dedicato alle mani, a quelle mani che vedete in foto e che hanno dato vita alle scarpe.
Un oggetto passato di mano in mano: da quelle degli artigiani alle mie.
Come in un passaggio del testimone nella staffetta 4x400m in atletica, gli artigiani hanno riposto nelle mie mani ciò che hanno stretto a sé lungo il percorso di produzione. Gli artigiani di Patrizio Dolci hanno maneggiato con cura i materiali, assemblato i pezzi, rifinito i dettagli. Infine hanno riposto le scarpe nella loro scatola. A quel punto hanno stretto ancora una volta il testimone per porgerlo a me.

Spero di aver reso giustizia a quelle mani perché un passaggio di testimone del genere meritava di essere raccontato e perché quando guardiamo un oggetto realizzato a mano abbiamo la fortuna di scoprire in esso anche il significato che diamo al nostro lavoro e al nostro essere nel mondo.

Grazie a tutti gli artigiani. Grazie agli artigiani del senso e del racconto che hanno creato queste scarpe, grazie a quegli artigiani che inconsapevolmente, con il loro lavoro, ci insegnano a capire quel che conta.

Laura Ressa


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Le foto inserite nel testo sono state realizzate da Giuseppe Cacetta Pellegrino

Copertina: Foto di Giuseppe Cacetta Pellegrino che ritrae le mie scarpe del #lavorobenfatto

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Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea